omicidio colposo
Morte in reparto, in aula la vedova: «Mio marito andava aiutato»
NUORO. «Avevamo chiesto più volte a medici e infermieri del reparto che ci facessero rimanere anche la notte, ma non ci era stato permesso». L’ha ripetuto al giudice monocratico Giacomo Ferrando,...
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NUORO. «Avevamo chiesto più volte a medici e infermieri del reparto che ci facessero rimanere anche la notte, ma non ci era stato permesso». L’ha ripetuto al giudice monocratico Giacomo Ferrando, Mariuccia Cucca, moglie di Paolo Giuliano, il carabiniere in congedo, morto 5 anni fa all’ospedale San Francesco a seguito di una caduta. Sentita come teste al processo che vede imputata Maria Muggianu infermiera del reparto, difesa dagli avvocati Gianluigi Mastio e Davide Muledda, accusata di omicidio colposo perché, in qualità di caposala in servizio in Medicina, avrebbe cagionato la morte del paziente, la donna ha ripercorso gli ultimi momenti di vita del marito.
«La sera prima avevo lasciato Paolo che stava bene, nonostante fosse stanco e avesse voglia di tornare a casa – ha raccontato –. Nessuno ci aveva annunciato della radiografia del 21 maggio. Un infermiere mi chiamò per dirmi che c’era stato un piccolo incidente: mio marito era caduto. Quando con mia figlia eravamo giunte in ospedale, Paolo era una maschera di sangue. Nel frattempo era salita in reparto il tecnico di Radiologia, – ha aggiunto la teste – che ci chiedeva scusa perché non sapeva che mio marito non potesse farcela da solo. Quando a Paolo chiesi di raccontarmi cos’era successo, mi disse che durante l’esame gli avevano chiesto se poteva alzarsi, e lui aveva risposto “vediamo”, che non vuole dire sì».
Prima di Mariuccia Cucca è stata sentita un’infermiera, Daniela Lai che il 19 maggio, giorno del ricovero del paziente, aveva predisposto la scala Corley (sul rischio di lesioni) e gli aveva attribuito un valore medio. La teste non ricordava chi il giorno dell’esame radiologico al torace richiesto dal medico, avesse preso in carico il signor Giuliano ma ha sottolineato che gli spostamenti dei pazienti chiamati a fare degli esami, non dovevano essere comunicati alla caposala. (k.s.)
«La sera prima avevo lasciato Paolo che stava bene, nonostante fosse stanco e avesse voglia di tornare a casa – ha raccontato –. Nessuno ci aveva annunciato della radiografia del 21 maggio. Un infermiere mi chiamò per dirmi che c’era stato un piccolo incidente: mio marito era caduto. Quando con mia figlia eravamo giunte in ospedale, Paolo era una maschera di sangue. Nel frattempo era salita in reparto il tecnico di Radiologia, – ha aggiunto la teste – che ci chiedeva scusa perché non sapeva che mio marito non potesse farcela da solo. Quando a Paolo chiesi di raccontarmi cos’era successo, mi disse che durante l’esame gli avevano chiesto se poteva alzarsi, e lui aveva risposto “vediamo”, che non vuole dire sì».
Prima di Mariuccia Cucca è stata sentita un’infermiera, Daniela Lai che il 19 maggio, giorno del ricovero del paziente, aveva predisposto la scala Corley (sul rischio di lesioni) e gli aveva attribuito un valore medio. La teste non ricordava chi il giorno dell’esame radiologico al torace richiesto dal medico, avesse preso in carico il signor Giuliano ma ha sottolineato che gli spostamenti dei pazienti chiamati a fare degli esami, non dovevano essere comunicati alla caposala. (k.s.)
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