“Per amore di una città” Nuoro ringrazia Ugo Collu
di Paolo Merlini
Domani a Lollove la consegna del premio a un protagonista della scena culturale Nato a Ballao, è arrivato nel 1963. Ha guidato la biblioteca Satta e il museo Nivola
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NUORO. L’appuntamento è per domani, in occasione delle Cortes Apertas a Lollove. Ugo Collu riceverà il premio “Per amore di una città”, assegnato ogni anno alle figure che hanno reso onore a Nuoro. Classe 1940 e natali a Ballao, in città dal 1964, a lungo docente di storia e filosofia, Collu è stato ed è uno straordinario animatore culturale, oltre che uno studioso per così dire interdisciplinare. Si occupa di arte, letteratura, musica, è stato presidente della Biblioteca Satta nel suo periodo più fecondo, dal 1980 al 1990, poi presidente della Fondazione Nivola dalla sua nascita nel 1991 sino al 2012 (è ancora membro onorario del Cda). Attualmente fa parte del comitato scientifico dell’Istituto regionale etnografico. .
Da Salvatore Satta a Costantino Nivola e Grazia Deledda, nella sua lunga carriera di studioso lei ha avuto un ruolo determinante nella conservazione della memoria di questi grandi personaggi, contribuendo spesso alla scoperta di aspetti inediti di ciascuno di loro. Da chi cominciamo?
«Da Salvatore Satta, il primo di cui mi sono occupato, a partire dal 1980 quando venni nominato alla guida della biblioteca. Come è noto il capolavoro “Il giorno del giudizio” venne pubblicato nel 1976, un anno dopo la morte dell’autore. Avevamo programmato incontri sul poeta Sebastiano Satta e sul Nobel Grazia Deledda, e io proposi Salvatore Satta, la cui opera allora era conosciuta principalmente a Nuoro e in Sardegna. Ricordo che qualcuno avanzò perplessità, prevedendo querele o comunque il rischio di polemiche. Io conoscevo poco Nuoro e le sue dinamiche, ma al contrario vidi che c’era un grande interesse intorno al romanzo».
Quando si rese conto della sua grandezza letteraria?
«Ne fummo tutti conquistati, al di là della discussione legata a una lettura in chiave locale del libro, che racconta di un determinato ambiente della città, verso cui esprime un giudizio molto severo, ma era evidente come fosse allo stesso tempo un romanzo universale. Proprio l’aspetto che lo ha reso un capolavoro della letteratura».
A proposito del giudizio spesso impietoso di Satta su Nuoro, a suo avviso è esattamente così o lo è più in generale, diciamo così, sulla natura umana?
«Indubbiamente questo è vero, ma nel “Giorno del giudizio” ci sono anche elementi personali legati al vissuto dello stesso Satta. Come un atteggiamento di rivalsa, se non di vendetta, verso i suoi stessi familiari e un determinato ambiente. Di recente, per esempio, sono venuto a sapere che quando, giovane universitario, lasciò Leggi per Letteratura, fu rinchiuso in cantina dal padre e percosso. Poi cambiò facoltà com’è noto».
In anni più recenti c’è stata la polemica sul Satta fascista. In quel caso lei ha svolto un ruolo un po’ da investigatore per dimostrare il contrario.
«In un certo senso. Lo storico Piero Craveri, e in seguito Sergio Luzzato, attribuirono a Satta una lettera all’allora presidente Segni in cui si chiedeva di autorizzare la sepoltura di Mussolini a Predappio. E la sua definizione “Morte della patria” contenuta nel libro “De Profundis” e riferita all’8 settembre 1943 venne interpretata come una sostanziale apologia del fascismo. In realtà si scoprì che l’autore della lettera era un omonimo sassarese. Quanto alla “Morte della patria”, ritengo che Satta, che era certo un conservatore ma non un fascista, intendesse porre in risalto la spaccatura del Paese propria dell’8 settembre».
Da Satta a Nivola.
«Le mie conoscenze artistiche si limitavano agli studi liceali, fui chiamato a occuparmi della fondazione nel 1991. Il museo di Orani nacque 4 anni dopo, ma devo dire che il lavoro maggiore lo fece la moglie Ruth, con la quale instaurai un rapporto di fiducia e amicizia. Mi ero riproposto di restare in carica non più di 10 anni, ma restai per venti, soprattutto per l’insistenza della famiglia Nivola. Credo sia stato fatto un buon lavoro, dal museo alla conoscenza dell’opera di Nivola nel suo complesso».
Ora c’è l’Isre. Immagino che si batta per valorizzare l’opera della Deledda, a lei molto cara.
«Certo, con esiti alterni. Sono però orgoglioso di aver promosso un convegno dove la sua figura è stata analizzata soltanto da donne, studiose ed esperte di varie discipline. Credo che gli uomini se ne siano occupati già abbastanza. Ora spero che uno dei prossimi incontri ideali tra Nobel riguardi Pirandello, anche a mo’ di rappacificazione postuma tra i due, che come è noto non si amavano molto».
Da Salvatore Satta a Costantino Nivola e Grazia Deledda, nella sua lunga carriera di studioso lei ha avuto un ruolo determinante nella conservazione della memoria di questi grandi personaggi, contribuendo spesso alla scoperta di aspetti inediti di ciascuno di loro. Da chi cominciamo?
«Da Salvatore Satta, il primo di cui mi sono occupato, a partire dal 1980 quando venni nominato alla guida della biblioteca. Come è noto il capolavoro “Il giorno del giudizio” venne pubblicato nel 1976, un anno dopo la morte dell’autore. Avevamo programmato incontri sul poeta Sebastiano Satta e sul Nobel Grazia Deledda, e io proposi Salvatore Satta, la cui opera allora era conosciuta principalmente a Nuoro e in Sardegna. Ricordo che qualcuno avanzò perplessità, prevedendo querele o comunque il rischio di polemiche. Io conoscevo poco Nuoro e le sue dinamiche, ma al contrario vidi che c’era un grande interesse intorno al romanzo».
Quando si rese conto della sua grandezza letteraria?
«Ne fummo tutti conquistati, al di là della discussione legata a una lettura in chiave locale del libro, che racconta di un determinato ambiente della città, verso cui esprime un giudizio molto severo, ma era evidente come fosse allo stesso tempo un romanzo universale. Proprio l’aspetto che lo ha reso un capolavoro della letteratura».
A proposito del giudizio spesso impietoso di Satta su Nuoro, a suo avviso è esattamente così o lo è più in generale, diciamo così, sulla natura umana?
«Indubbiamente questo è vero, ma nel “Giorno del giudizio” ci sono anche elementi personali legati al vissuto dello stesso Satta. Come un atteggiamento di rivalsa, se non di vendetta, verso i suoi stessi familiari e un determinato ambiente. Di recente, per esempio, sono venuto a sapere che quando, giovane universitario, lasciò Leggi per Letteratura, fu rinchiuso in cantina dal padre e percosso. Poi cambiò facoltà com’è noto».
In anni più recenti c’è stata la polemica sul Satta fascista. In quel caso lei ha svolto un ruolo un po’ da investigatore per dimostrare il contrario.
«In un certo senso. Lo storico Piero Craveri, e in seguito Sergio Luzzato, attribuirono a Satta una lettera all’allora presidente Segni in cui si chiedeva di autorizzare la sepoltura di Mussolini a Predappio. E la sua definizione “Morte della patria” contenuta nel libro “De Profundis” e riferita all’8 settembre 1943 venne interpretata come una sostanziale apologia del fascismo. In realtà si scoprì che l’autore della lettera era un omonimo sassarese. Quanto alla “Morte della patria”, ritengo che Satta, che era certo un conservatore ma non un fascista, intendesse porre in risalto la spaccatura del Paese propria dell’8 settembre».
Da Satta a Nivola.
«Le mie conoscenze artistiche si limitavano agli studi liceali, fui chiamato a occuparmi della fondazione nel 1991. Il museo di Orani nacque 4 anni dopo, ma devo dire che il lavoro maggiore lo fece la moglie Ruth, con la quale instaurai un rapporto di fiducia e amicizia. Mi ero riproposto di restare in carica non più di 10 anni, ma restai per venti, soprattutto per l’insistenza della famiglia Nivola. Credo sia stato fatto un buon lavoro, dal museo alla conoscenza dell’opera di Nivola nel suo complesso».
Ora c’è l’Isre. Immagino che si batta per valorizzare l’opera della Deledda, a lei molto cara.
«Certo, con esiti alterni. Sono però orgoglioso di aver promosso un convegno dove la sua figura è stata analizzata soltanto da donne, studiose ed esperte di varie discipline. Credo che gli uomini se ne siano occupati già abbastanza. Ora spero che uno dei prossimi incontri ideali tra Nobel riguardi Pirandello, anche a mo’ di rappacificazione postuma tra i due, che come è noto non si amavano molto».
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