Maltrattava i due figli, i testi al processo a Nuoro: «Era depressa»
Kety Sanna
Gli psichiatri avevano seguito la donna dopo l’allontanamento dai piccoli: «Soffriva di amnesia dissociativa e non aveva curato una psicosi post partum»
3 MINUTI DI LETTURA
NUORO. «Era frastornata dagli accadimenti e in preda a stati d’ansia. Dovevamo valutare il quadro attivo di depressione in un ambiente domestico particolare, dove la donna aveva momenti di accudimento e di maltrattamento nei confronti dei figli. Sapevamo che era sotto terapia antidepressiva e si era cercato più volte di intervenire per iniziare percorsi di avvicinamento dei figli alla mamma». La neuropsichiatra infantile Veronica Dessì, teste della difesa al processo che vede imputata una madre accusata di maltrattamenti aggravati nei confronti dei figli di 3 e 6 anni (che una volta scoperti i maltrattamenti all’interno delle mura domestiche, erano stati allontanati e affidati al padre), ieri mattina ha deposto in aula davanti al giudice monocratico Ponti e al pm Ilaria Pais.
Lo specialista, rispondendo alle domande dell’avvocato Milena Patteri, difensore dell’imputata, ha sottolineato che la paziente in quei momenti aveva un’amnesia dissociativa, con incapacità di ricordare informazioni personali importanti. «Viveva una situazione di stress dovuta anche allo stato di salute della seconda figlia, alla quale all’età di due anni, le era stato diagnosticato il diabete» ha aggiunto il teste. E alla domanda dell’avvocato di parte civile Francesco Lai (che tutela gli interessi dell’ex marito dell’imputata), se avesse visto i filmati, in particolare quello in cui la donna e mamma pasticciava la faccia della figlia con un pennarello, la neuropsichiatra ha risposto dicendo: «La donna aveva dei momenti in cui si comportava come un automa e nei confronti dei bambini, passava da uno stato di aggressività a immediata consolazione. Anche dalle valutazioni degli altri specialisti è emerso un grave stato di depressione. Nel 2015 – ha aggiunto Dessì – dopo che le erano stati tolti i figli, lei si autodefiniva un mostro anche se diceva di non ricordare di essere stata capace di fare tanto male». Le accuse di maltrattamenti nei confronti della donna erano scattate a seguito della scoperta di alcuni episodi (80 in tutto di cui 25 d’impatto – come sostiene l’accusa) registrati dalle telecamere che il marito aveva posizionato in alcuni punti della casa, per dare una spiegazione al malessere dei suoi bambini. I video raccontano degli scatti d’ira della mamma contro i figli che in più occasioni venivano strattonati con forza. Ma anche per il secondo teste sentito in aula, Attilio Mura, psichiatra nonché ex direttore del Centro di salute mentale di Nuoro, l’imputata in quei momenti stava attraversando una depressione post partum. «In epoca anteriore al reato contestato – ha detto lo specialista – la paziente viveva un disagio psichico importante. Viveva circondata dai familiari del marito in un contesto giudicante e soffocante. Dopo la nascita della seconda bambina, la mamma si aspettava qualche attenzione in più anche da parte del coniuge che, però, non c’è stata. A questa situazione si era aggiunta una carenza di sonno resistente dopo che alla piccola era stato diagnosticato il diabete. Assumeva ansiolitici. Aveva una depressione post partum che non aveva curato». Ma la parte civile ha rimarcato che in sede di incidente probatorio, da una prima consulenza, l’imputata era stata considerata parzialmente capace di intendere e volere, mentre una seconda perizia collegiale aveva ritenuto non ci fossero gli elementi per stabilire che la donna e madre dei bambini, nei momenti ripresi dalle telecamere non fosse capace di capire ciò che stava facendo.
Lo specialista, rispondendo alle domande dell’avvocato Milena Patteri, difensore dell’imputata, ha sottolineato che la paziente in quei momenti aveva un’amnesia dissociativa, con incapacità di ricordare informazioni personali importanti. «Viveva una situazione di stress dovuta anche allo stato di salute della seconda figlia, alla quale all’età di due anni, le era stato diagnosticato il diabete» ha aggiunto il teste. E alla domanda dell’avvocato di parte civile Francesco Lai (che tutela gli interessi dell’ex marito dell’imputata), se avesse visto i filmati, in particolare quello in cui la donna e mamma pasticciava la faccia della figlia con un pennarello, la neuropsichiatra ha risposto dicendo: «La donna aveva dei momenti in cui si comportava come un automa e nei confronti dei bambini, passava da uno stato di aggressività a immediata consolazione. Anche dalle valutazioni degli altri specialisti è emerso un grave stato di depressione. Nel 2015 – ha aggiunto Dessì – dopo che le erano stati tolti i figli, lei si autodefiniva un mostro anche se diceva di non ricordare di essere stata capace di fare tanto male». Le accuse di maltrattamenti nei confronti della donna erano scattate a seguito della scoperta di alcuni episodi (80 in tutto di cui 25 d’impatto – come sostiene l’accusa) registrati dalle telecamere che il marito aveva posizionato in alcuni punti della casa, per dare una spiegazione al malessere dei suoi bambini. I video raccontano degli scatti d’ira della mamma contro i figli che in più occasioni venivano strattonati con forza. Ma anche per il secondo teste sentito in aula, Attilio Mura, psichiatra nonché ex direttore del Centro di salute mentale di Nuoro, l’imputata in quei momenti stava attraversando una depressione post partum. «In epoca anteriore al reato contestato – ha detto lo specialista – la paziente viveva un disagio psichico importante. Viveva circondata dai familiari del marito in un contesto giudicante e soffocante. Dopo la nascita della seconda bambina, la mamma si aspettava qualche attenzione in più anche da parte del coniuge che, però, non c’è stata. A questa situazione si era aggiunta una carenza di sonno resistente dopo che alla piccola era stato diagnosticato il diabete. Assumeva ansiolitici. Aveva una depressione post partum che non aveva curato». Ma la parte civile ha rimarcato che in sede di incidente probatorio, da una prima consulenza, l’imputata era stata considerata parzialmente capace di intendere e volere, mentre una seconda perizia collegiale aveva ritenuto non ci fossero gli elementi per stabilire che la donna e madre dei bambini, nei momenti ripresi dalle telecamere non fosse capace di capire ciò che stava facendo.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
