Macomer, dopo lo Sprar la sfida per la dignità
di Giulia Serra
Keno e Mekhia sono una coppia di rifugiati giunti in Sardegna nell’estate 2018 Hanno trovato casa e sperano nel lavoro: «È difficile ma so fare un po’ di tutto»
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MACOMER. Hanno una nuova casa, un secondo figlio nato da pochi mesi e una vita da ricostruire lontani dalla loro terra d’origine, l’Etiopia. Keno e Mekhia sono una delle tre coppie di rifugiati giunti a Macomer nell’estate del 2018, inserite nel percorso di micro-accoglienza attivato nell'ambito della rete Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati al quale l’Unione dei Comuni del Marghine ha aderito ottenendo dal Ministero dell’Interno un finanziamento di più di 3 milioni di euro per il triennio 2018/2020. Il loro progetto, gestito dalla cooperativa Regina Margherita di Sassari, è giunto ora a naturale scadenza. Keno e Mekhia, con i figli Kalid e il piccolo Yossef, avrebbero potuto scegliere di partire, ma hanno deciso di fermarsi nella cittadina nella quale hanno potuto toccare con mano la sensibilità della comunità e la vicinanza di tante persone. Prendendo un appartamento in affitto, fuori dalla rete protettiva dello Sprar, si ritrovano ora ad affrontare tutte le difficoltà del vivere nel centro Sardegna. Il lavoro è ovviamente l’urgenza più immediata. Keno ha da poco concluso un’esperienza lavorativa periodica in un’azienda del territorio e adesso guarda con un misto di preoccupazione e speranza al prossimo futuro, conscio della carenza di nuove opportunità di occupazione stabile, ma anche risoluto rispetto agli obiettivi da inseguire e raggiungere. «Devo trovare un lavoro sicuro. So che è difficile, ma so fare un po’ di tutto, dalla cucina sino alla cura del bestiame. Voglio che i miei figli siano come voi – dice guardando l’incontenibile Kalid, primogenito che frequenta l’asilo e che si è conquistato le simpatie di tutti – e non come me, non un migrante. Voglio che vada a scuola, che studi e abbia la possibilità di costruirsi una vita diversa». L’autonomia ritrovata porta con se tutte le paure di riprendere in mano i fili della propria vita in un territorio che soffre la disoccupazione, ma la sfida vera per chi ha affrontato le tante traversie di un viaggio senza nessuna certezza di sopravvivere, è quella di tentare di ridisegnare una quotidianità dignitosa nella quale si possa scorgere una possibilità di luce guardando al futuro. Così ora questa giovane famiglia attenta e discreta, che ha dimostrato una grande volontà d’integrazione e che è riuscita a raggiungere un buon livello di padronanza della lingua italiana, è giunta al passaggio più complicato: quello di essere cittadini macomeresi indipendenti. «Sono ben voluti ed attorno a loro si è costruita una rete di solidarietà importante – dice la facente funzioni di sindaco, nonché assessora al sociale Rossana Ledda – abbiamo fatto tutto il possibile e siamo ben felici che tutte le 3 famiglie del progetto Sprar abbiano scelto di restare a Macomer. Nella sperimentazione del percorso della micro-accoglienza, fortemente voluta dal nostro sindaco Antonio Succu, non c’era niente di semplice né di scontato. È stata una scelta condivisa da tutto il consiglio comunale e credo si sia rivelato come il sistema migliore per la gestione dell'accoglienza. Certo, ora queste famiglie dovranno riuscire a cavarsela da sole e vivranno le stesse preoccupazioni degli altri abitanti del nostro territorio, ma occorre sottolineare che i nuovi residenti con i loro bambini sono un valore aggiunto anche per le politiche contro lo spopolamento».
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