«Cpr, livelli di umanità scarsi»

Macomer, il vescovo Morfino: non c’è stata condivisione, ho appreso dell’apertura dalla stampa

MACOMER. Vescovo di Alghero Bosa dal 31 gennaio 2011, Monsignor Mauro Maria Morfino, 62 anni a marzo, è sempre stato molto attento alle questioni sociali, economiche e culturali di una diocesi alle prese, non da oggi, con tanti problemi e diverse emergenze anche a Macomer, uno dei centri più importanti dell'intera diocesi.

Monsignor Morfino, partiamo dalla stretta attualità. Il Cpr di Macomer sta sollevando polemiche e contrasti. Quale la sua idea in merito?

«La chiesa non può esimersi dal dettato evangelico: “Ero forestiero e mi avete accolto”. Ma aggiungo che il bene va fatto bene. Non è un semplice slogan ma sta a significare che il bene va contestualizzato. A mio avviso i Cpr non risolvono il problema perché i livelli di umanità di questi luoghi, che pure in altri contesti ho avuto modo di conoscere bene, non sono certo esemplari. In ogni caso, prima di aprire strutture di questo tipo in un contesto piccolo come Macomer, sarebbe stato preferibile una valutazione più attenta e ragionata che avrebbe dovuto portare ad una decisione condivisa con il territorio e la popolazione locale. Lo stesso vescovo, e lo dico con rammarico, non è mai stato informato ufficialmente dell'apertura della struttura e lo ha saputo dagli organi di stampa. L'accoglienza è fondamentale ma come cittadini e cristiani non possiamo chiudere gli occhi e girarci dall'altra parte pensando che siano problemi avulsi da noi o che riguardano altri. In realtà interessa tutti noi e tutti noi avremmo dovuto dare un contributo alla decisione sancendo un patto tra pari. Proprio in queste settimane la diocesi sta organizzando una serie di incontri di formazione ispirati alla dottrina sociale della Chiesa».

Come valuta i giovani? E condivide il pensiero che siano privi di veri valori?

«Bisogna stare attenti a individuare una categoria e attribuirle caratteristiche nette, positive o negative che siano. Non credo ci sia un ammanco di valori ma, piuttosto, modalità diverse che, in base ai criteri di noi adulti, fanno pensare ad un decadimento di interesse o di valori non più vissuti. La declinazione storica di certi valori è differente così come talvolta è la definizione stessa di valore ad essere indefinita. Incontro tanti giovani e ne apprezzo l’entusiasmo».

C’è chi ritiene che le giovani generazioni vivano in un mondo virtuale che li allontana dalla realtà...

«Il mondo virtuale consente di avere migliaia di contatti e poche relazioni vere, laddove in passato queste relazioni si vivevano molto di più nei paesi, nelle associazioni, nello sport, nella politica. Si tratta di un meccanismo diverso di relazionarsi; penso però che, a medio-lungo termine, si possa arrivare ad un giusto equilibrio. Non vedo, in ogni caso, una realtà catastrofica».

C'è però una questione che coinvolge molti giovanissimi: il consumo di stupefacenti.

«Purtroppo anche le nostre zone sono irrorate di sostanze stupefacenti e il consumo riguarda anche i giovani adulti, i trentenni, i quarantenni. C'è un problema di fondo: non può essere lo scopo della vita l'immediato, il tutto e subito, il piacere assoluto, l'essere sempre al top. È questa ricerca esasperata che spinge tanti, troppi, a cercare nella droga la soluzione di tutto. Le forze dell'ordine e la repressione non bastano, occorre fare uno sforzo educativo che coinvolga famiglie, scuola, associazioni, parrocchie, amministrazioni pubbliche, società sportive e che proponga un modello diverso, ed altro, di vita».

Altro tema che riguarda anche questa realtà: lo spopolamento delle aree interne dell'isola. La sua idea?

«Ritengo fondamentale la vivibilità dei nostri paesi che non coincide con il solo dato economico o la mera mancanza di lavoro, per quanto importanti essi siano, ma si identifica con la solidarietà, con il poter contare anche sugli altri».

I nostri paesi hanno un tessuto davvero solidale?

«Credo proprio di no, ed è un problema serio perché spinge i giovani, soprattutto quelli maggiormente formati, a cercare altrove ciò che qui continua a mancare».

La popolazione dei nostri centri è sempre più anziana e crescono le situazioni di disagio. Perché?

«Anche qui è mutato il quadro antropologico che presentava nello stesso nucleo familiare più generazioni, dal bisnonno al nipotino. Era questa trasversalità affettiva a consentire di aiutare chi, all'interno della famiglia, viveva situazioni di difficoltà e di disagio. Oggi non è più così e questo spiega il proliferare di case per anziani – ben vengano – e di assistenti domiciliari. Nel contempo si è affievolito il rapporto intergenerazionale tra giovani ed anziani. Bisognerebbe recuperare questi rapporti e porre più attenzione alla fragilità dell'anziano».

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