«Murati in casa a Bergamo così viviamo da reclusi»
di Luca Urgu
Elisabetta Sirca, esperta di marketing di Orotelli, da 5 anni in Lombardia Chiusa dal 24 febbraio con il marito e la figlia. «Anche qui tanti irresponsabili»
3 MINUTI DI LETTURA
NUORO. Da tre settimane murati in casa. Con tanta voglia di uscire ma con nessuna intenzione di farlo. Troppo pericoloso, per loro e i loro cari. Finché è possibile si resiste nel fortino dell'appartamento di Bergamo dove abitano da cinque anni. Elisabetta Sirca, originaria di Orotelli, suo marito Paolo Mazzola di Bergamo e la loro bambina di 2 anni e 4 mesi, vivono l’atmosfera surreale di reclusi responsabili con l’ora d’aria nel bel terrazzo panoramico, una condizione che nessuno avrebbe immaginato appena un mese fa, ma che ora è diventata una necessità per difendersi da quel coronavirus che nel Bergamasco ha raggiunto l’apice dei contagi rischiando di mandare in tilt le strutture sanitarie e l’intero meccanismo della Protezione civile.
«Il terrazzo è un po’ l’osservatorio di quello che accade vicino a noi e ci fa capire come malgrado la situazione disastrosa c’è ancora troppa gente che continua ad avere atteggiamenti e comportamenti irresponsabili – spiega l’esperta di marketing trapiantata in Lombardia – vediamo girare senza troppi problemi tanti anziani che poi sono una delle principali categorie a rischio, ma anche tanti runnes, anche in gruppo, che non rinunciano alla corsa quotidiana».
La giornata è scandita dalla quiete di una città mai stata così silenziosa. Una pace rotta almeno ogni mezzora dalle sirene delle ambulanze che procedono spedite verso la Val Seriana, il focolaio bergamasco ancora acceso. «La nostra clausura volontaria è iniziata dal 24 febbraio, ben prima che arrivassero le disposizioni governative. Ci siamo chiesti cosa potessimo fare per salvaguardare la nostra salute e quella dei nostri cari e la decisione più saggia e responsabile è stata quella di rimanere a casa», continua Elisabetta Sirca. «Alla fine ci siamo organizzati e sia io che mio marito, che fa il consulente del lavoro, lavoriamo in casa con il pc. I nostri ritmi si devono per forza coniugarsi con quelli di una bambina di 2 anni e 4 mesi. Per ora ce la stiamo facendo, anzi stiamo vivendo con lei tanti bei momenti che un po’ non ti fanno pensare ai tanti problemi che ci lasciamo all’esterno».
La tecnologia viene incontro a tante esigenze. Per comunicare con i familiari, anche con quelli che stanno in città, e poi è utilissima anche nel quotidiano a partire dalla spesa. «Abbiamo ordinato tutto online in un grande supermercato e ci è stata proprio ieri recapitata a casa dopo 10 giorni di attesa. U altro sistema che utilizziamo è andarla a prendere in macchina dopo aver pagato dal pc con le carte di credito. Vicino c’è anche q un discount aperto 24 ore su 24 ma c’è sempre ressa e preferiamo insistere con gli acquisti online. Poi abbiamo iniziato a fare il pane in casa per averlo fresco quotidianamente». Il bombardamento mediatico può essere controproducente e non li travolge. «Un tg al giorno e il bollettino della Protezione civile delle 18 possono bastare. Stiamo riscoprendo l’ascolto della musica che ha un grande potere rilassante».
Ovviamente si resta a casa ancora non si sa fino a quando, ma quando tutto finirà il desiderio è di tornare in Sardegna. «Non vedo l’ora di riabbracciare babbo e mamma, tutto il resto è rimandabile», dice Elisabetta che sulla fuga di tanti lombardi verso le seconde case della Sardegna ha un’idea chiara. «Siamo rimasti scioccati, a noi questa idea non è passata nemmeno nell’anticamera del cervello. È stata una decisione scellerata ed egoistica».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«Il terrazzo è un po’ l’osservatorio di quello che accade vicino a noi e ci fa capire come malgrado la situazione disastrosa c’è ancora troppa gente che continua ad avere atteggiamenti e comportamenti irresponsabili – spiega l’esperta di marketing trapiantata in Lombardia – vediamo girare senza troppi problemi tanti anziani che poi sono una delle principali categorie a rischio, ma anche tanti runnes, anche in gruppo, che non rinunciano alla corsa quotidiana».
La giornata è scandita dalla quiete di una città mai stata così silenziosa. Una pace rotta almeno ogni mezzora dalle sirene delle ambulanze che procedono spedite verso la Val Seriana, il focolaio bergamasco ancora acceso. «La nostra clausura volontaria è iniziata dal 24 febbraio, ben prima che arrivassero le disposizioni governative. Ci siamo chiesti cosa potessimo fare per salvaguardare la nostra salute e quella dei nostri cari e la decisione più saggia e responsabile è stata quella di rimanere a casa», continua Elisabetta Sirca. «Alla fine ci siamo organizzati e sia io che mio marito, che fa il consulente del lavoro, lavoriamo in casa con il pc. I nostri ritmi si devono per forza coniugarsi con quelli di una bambina di 2 anni e 4 mesi. Per ora ce la stiamo facendo, anzi stiamo vivendo con lei tanti bei momenti che un po’ non ti fanno pensare ai tanti problemi che ci lasciamo all’esterno».
La tecnologia viene incontro a tante esigenze. Per comunicare con i familiari, anche con quelli che stanno in città, e poi è utilissima anche nel quotidiano a partire dalla spesa. «Abbiamo ordinato tutto online in un grande supermercato e ci è stata proprio ieri recapitata a casa dopo 10 giorni di attesa. U altro sistema che utilizziamo è andarla a prendere in macchina dopo aver pagato dal pc con le carte di credito. Vicino c’è anche q un discount aperto 24 ore su 24 ma c’è sempre ressa e preferiamo insistere con gli acquisti online. Poi abbiamo iniziato a fare il pane in casa per averlo fresco quotidianamente». Il bombardamento mediatico può essere controproducente e non li travolge. «Un tg al giorno e il bollettino della Protezione civile delle 18 possono bastare. Stiamo riscoprendo l’ascolto della musica che ha un grande potere rilassante».
Ovviamente si resta a casa ancora non si sa fino a quando, ma quando tutto finirà il desiderio è di tornare in Sardegna. «Non vedo l’ora di riabbracciare babbo e mamma, tutto il resto è rimandabile», dice Elisabetta che sulla fuga di tanti lombardi verso le seconde case della Sardegna ha un’idea chiara. «Siamo rimasti scioccati, a noi questa idea non è passata nemmeno nell’anticamera del cervello. È stata una decisione scellerata ed egoistica».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
