«Lavoro e quarantena: la mia odissea»
di Alessandra Porcu
Macomer, le peripezie di una giovane emigrata costretta a un rientro difficile
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MACOMER. La valigia del viaggio di andata era pesante. C’erano dentro i vestiti per l’inverno, la primavera, l’estate e l’autunno. Un contratto di lavoro per un anno. E poi sogni, speranze e progetti da realizzare. In realtà, non è stato semplice per la protagonista di questa storia decidere di lasciare di nuovo la sua isola per cercar fortuna altrove. Aveva già trascorso sette anni lontana dalla Sardegna. «Ora sono tornata per restarci», si era detta. Ma per poter rimanere “a casa” era necessario trovare un’occupazione. Infiniti i curricula spediti. Risposte? Pari a zero. Così lei, 32 anni (non pubblichiamo il nome per tutelarne la privacy), faccino acqua e sapone e risata contagiosa, non ha avuto scelta. È salita, ancora una volta, su un aereo. Destinazione: costa romagnola. Ad attenderla un posto come addetta all’ufficio prenotazioni in uno dei tanti hotel di una grande catena.
I primi due mesi è filato tutto liscio. «Mi ero anche iscritta in palestra – racconta – avevo pagato l’abbonamento annuale». Poi, intorno al 20 febbraio scorso, qualcosa cambia. Il coronavirus arriva in Italia. Si diffonde in Lombardia. Scoppiano i primi focolai. Alcuni paesi diventano zona rossa, provvedimento poi esteso. L’epidemia si diffonde a macchia d’olio. Il 9 marzo tutta l’Italia viene blindata. Innumerevoli le persone contagiate. «All’inizio la nostra azienda – spiega la giovane – ha chiuso le strutture alberghiere lombarde. Dopo qualche settimana è arrivato il nostro turno. Abbiamo dovuto trascorrere quattro settimane barricati nelle nostre stanze. Era concesso l’utilizzo degli spazi comuni, cucina e sala da pranzo, solo a tre persone per volta. D’obbligo il rispetto della distanza di sicurezza e l’uso di guanti e mascherine. «Sono sincera – ammette – in un primo momento né io né i miei colleghi avevamo ben capito la gravità della situazione. Col passare dei giorni, tutto è stato chiaro. L’azienda ci ha messo in cassa integrazione e non potendo più contare su vitto e alloggio, ognuno di noi ha dovuto far ritorno a casa. Ottenere il “lasciapassare” dalla Regione non è stato semplicissimo ma alla fine sono riuscita a rientrare in Sardegna. Ad attendermi all’aeroporto di Elmas non c’era nessuno dei miei familiari. Abbiamo preferito così. Ora – ci spiega la ragazza – sto trascorrendo la mia “reclusione forzata” da sola, in un appartamento preso in affitto. Le giornate sono lunghe ma, non ho il tempo di annoiarmi, il telefono squilla in continuazione. Aspetto con ansia di riabbracciare i miei cari. La prima cosa che farò quando torneremo alla normalità? Andare al mare e bere una birra con gli amici».
I primi due mesi è filato tutto liscio. «Mi ero anche iscritta in palestra – racconta – avevo pagato l’abbonamento annuale». Poi, intorno al 20 febbraio scorso, qualcosa cambia. Il coronavirus arriva in Italia. Si diffonde in Lombardia. Scoppiano i primi focolai. Alcuni paesi diventano zona rossa, provvedimento poi esteso. L’epidemia si diffonde a macchia d’olio. Il 9 marzo tutta l’Italia viene blindata. Innumerevoli le persone contagiate. «All’inizio la nostra azienda – spiega la giovane – ha chiuso le strutture alberghiere lombarde. Dopo qualche settimana è arrivato il nostro turno. Abbiamo dovuto trascorrere quattro settimane barricati nelle nostre stanze. Era concesso l’utilizzo degli spazi comuni, cucina e sala da pranzo, solo a tre persone per volta. D’obbligo il rispetto della distanza di sicurezza e l’uso di guanti e mascherine. «Sono sincera – ammette – in un primo momento né io né i miei colleghi avevamo ben capito la gravità della situazione. Col passare dei giorni, tutto è stato chiaro. L’azienda ci ha messo in cassa integrazione e non potendo più contare su vitto e alloggio, ognuno di noi ha dovuto far ritorno a casa. Ottenere il “lasciapassare” dalla Regione non è stato semplicissimo ma alla fine sono riuscita a rientrare in Sardegna. Ad attendermi all’aeroporto di Elmas non c’era nessuno dei miei familiari. Abbiamo preferito così. Ora – ci spiega la ragazza – sto trascorrendo la mia “reclusione forzata” da sola, in un appartamento preso in affitto. Le giornate sono lunghe ma, non ho il tempo di annoiarmi, il telefono squilla in continuazione. Aspetto con ansia di riabbracciare i miei cari. La prima cosa che farò quando torneremo alla normalità? Andare al mare e bere una birra con gli amici».
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