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Nuoro

Coronavirus, «L’infermiere di famiglia fondamentale più che mai»

Simonetta Selloni
Coronavirus, «L’infermiere di famiglia fondamentale più che mai»

Sogos, presidente dell’Ordine provinciale, chiede l’istituzione della figura: «È indispensabile nella gestione dell’assistenza domiciliare dei pazienti Covid» 

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NUORO. In Toscana esiste già dal 2018, la figura dell’infermiere di famiglia, secondo un principio di gestione di medicina territoriale che accanto ai medici di famiglia e ai pediatri di libera scelta affianca le competenze proprie dell’assistenza infermieristica domiciliare. «Dobbiamo constatare che nelle cosiddette Unità speciali di continuità territoriale che l’Ats Sardegna intende costituire, per la gestione domiciliare dei pazienti Covid che non hanno bisogno di andare all’ospedale, non sia prevista la figura dell’infermiere». Lo dice Roberto Sogos, presidente (dal 2018) dell’Ordine provinciale degli infermieri di Nuoro al quale sono iscritti 2170 professionisti, di cui venti pediatrici. In Sardegna sono 12mila .

“Angeli”, “eroi”. «Per favore, non chiamateci eroi. Siamo persone che semplicemente fanno il loro lavoro, siamo emersi con la nostra professionalità», puntualizza Sogos. In tempi di coronoavirus diventare eroi nell’immaginario collettivo è semplice.

«Il punto è che gli assistiti sanno benissimo quali sono le nostre competenze e come lavoriamo, con i medici e con tutte le altre figure che appartengono alle professioni sanitarie – dice Sogos –. È all’esterno che magari si fa ancora confusione».

Assistiti, non pazienti, li chiama Sogos: «Perché li assistiamo, e proprio nel settore dell’assistenza domiciliare, nell’ambito del sostegno all’autocura che si sviluppano le competenze proprie dell’infermiere. È la figura che entra in casa, e ha rapporti con la famiglia, promuove l’educazione sanitaria spiegando e insegnando procedure, semplici evidentemente, che hanno a che fare con la gestione della quotidianità. Per esempio, i diabetici; si insegna loro e a chi se ne prende cura a controllare l’alimentazione, gestire le crisi, tutti elementi per i quali ora ci si rivolge ai Centri, sovraccaricando strutture che potrebbero dare altri servizi».

Secondo uno studio recente varato dal ministero della Salute, in Sardegna mancano più di cinquemila infermieri. Carenze vere, sulle quali ha impattato anche la fuoriuscita per la “quota 100”: «Soltanto tra la fine del 2018 e primi mesi del 2019 sono andati via oltre 600 infermieri» dice ancora Sogos. Il Covid costringerà la sanità a una profonda revisione dei protocolli, il ruolo degli infermieri andrà necessariamente inserito in questo nuovo modello.

«E pensare che il 2020 è stato dichiarato dall’Organizzazione mondiale della Sanità l’anno dell’infermiere. Ci preparavamo a incontri di divulgazione, per spiegare come è cambiata la professione passata dai corsi regionali alle lauree e ai master, anche in vista del 12 maggio», che è la giornata mondiale dell’infermiere. La manifestazione principale era prevista a Firenze, «l’emergenza, per la quale una ventina di colleghi sono morti, ci costringerà a fare altro» aggiunge Sogos. A Nuoro erano attesi Paola Arcadi, esponente della Medicina narrativa e ora professore a contratto dell’università degli studi di Milano con precedenti esperienze in malattie infettive, Aurelio Filippini, presidente dell’Ordine di Varese, e Nicola Drauli, presidente Opi Grosseto, componente del Comitato centrale della federazione nazionale (Fnopi). Non verrà nessuno di loro: sono tornati in corsia, dove era necessaria la loro presenza. «Ma davvero, non chiamateci eroi. Professionisti, questo sì».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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