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«Stranieri in prima linea ma con pochi diritti»

La romena Cristina Tanco, sindacalista, denuncia il lavoro nero o sottopagato «Le badanti sono rimaste con gli anziani ma non tutte hanno contratti regolari»


22 aprile 2020 di Francesco Pirisi


NUORO. «Il lavoro in nero o il contratto non regolare sono autentici problemi per gli stranieri che vivono in Sardegna». Lo spiega Cristina Tanco, 43 anni, nata a Baia Mare, in Romania, responsabile del settore per la Cgil di Nuoro: «In questa situazione si trovano diverse badanti e soprattutto persone che lavorano in campagna. Le denunce al sindacato arrivano spesso dai romeni». Con 14mila presenze rappresentano la comunità più numerosa nell’isola. Gli altri, circa 4500 per nazionalità, sono senegalesi e marocchini, che vivono situazioni uguali. Diversi i casi seguiti dall’ufficio della Camera del lavoro nuorese: «Nel caso delle badanti – spiega Tanco – le ore inserite nel contratto sono spesso inferiori a quelle svolte. Alla base del problema il fatto che il datore di lavoro non è una persona giuridica e l’assistente domiciliare vive nella sua casa, dove è disponibile 24 ore su 24».

Tra le vicende del fenomeno alcune sono in provincia di Nuoro, tra i quattromila connazionali di Tanco che vi risiedono in maniera stabile. La sindacalista: «Ricordo il caso di una badante che essendosi ammalata ha verificato i versamenti per la pensione. Ebbene delle 54 ore che svolgeva gliene erano state segnate solo 25». Dopo undici anni di lavoro nel sindacato, Cristina Tanco vede tuttavia dei cambiamenti: «Abbiamo aggiustato diverse situazioni. Oggi molte badanti possono contare su un contratto regolare, da 54 ore, e la garanzia degli altri diritti del lavoratore. Così come la stima e l’apprezzamento delle famiglie dove sono impiegate».

Nelle campagne invece si balbetta ancora sulla regolarità dei contratti. La questione nell’isola interessa 800 lavoratori, molti dei quali nel Nuorese. La descrizione della dirigente cigiellina: «Sono gli invisibili. Molti quelli senza un contratto di lavoro e per i quali l’unico compenso è il vitto, l’alloggio e qualche ricarica per telefonare in patria. In altri casi, c’è un contratto ma le ore segnate sono meno rispetto a quelle retribuite o che comunque rientrano nel conto previdenziale». Anche in questo caso si tratta per lo più di cittadini della Romania. Ma sono presenti anche marocchini.

Tra gli stranieri c’è poi chi la regolarizzazione non la vuole. Sono gli stagionali, molti dei quali lavorano nei bar e ristoranti della costa orientale, dalla Gallura all’Ogliastra. Ancora la dirigente della Cgil di Nuoro: «Non informano della loro presenza i comuni, tantomeno gli uffici del lavoro. Fanno due o tre mesi in Sardegna e poi ritornano nella terra d’origine». Nei locali diversi sono pakistani e indiani. I marocchini e senegalesi invece sono ambulanti o negozianti con partita Iva. Persone che continuano a arrivare, nonostante il flusso non sia quello di un paio di decenni fa.

Tanco: «Qualcuno, anche tra i romeni, ha preferito rientrare per stare vicino alla famiglia. Oggi nelle città della Romania, a differenza delle zone agricole, la situazione è buona. Ci sono opportunità di lavoro, soprattutto nel settore metalmeccanico e dell’informatica, con buoni compensi». Chi ha deciso di stare in Sardegna in molti casi l’ha eletta come seconda patria. Tanto che sono in tanti a essersi uniti sentimentalmente con persone del luogo. Compresa Cristina Tanco, che ha messo su famiglia in Ogliastra. E che, buttando lo sguardo oltre l’impegno istituzionale, rimarca: «Proprio in questi mesi di emergenza sanitaria si è notato il grado d’integrazione tra sardi e stranieri. Molte badanti hanno preferito rimanere vicine agli anziani, che non potevano neppure contare sui parenti, per le restrizioni negli spostamenti». I diritti dei lavoratori non sono però andati in quarantena: «Le irregolarità sono ancora presenti e in tanti ci sollecitano a fare di più», afferma la sindacalista.

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