«Una preghiera per il lavoro di tutti»
Il canto di Maria Giovanna Cherchi accompagna la celebrazione di don Borrotzu
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NUORO. «È stato un Primo maggio senza piazze affollate, senza comizi, senza concerti, se non in forma virtuale. Ma bisogna pur trovare il modo di parlare di lavoro e dei lavoratori, delle crisi e delle sofferenze in cui questo mondo si dibatte, che sono iniziate molto prima della pandemia, e con essa si sono accentuate e dilatate a dismisura. Oltretutto le conseguenze e i danni che ne deriveranno sono ancora tutti da vedere e da scrivere e forse ora non sono immaginabili». A tenere alto il dibattito è don Pietro Borrotzu, da sempre in prima linea sulla pastorale sociale e del lavoro. Non a caso la sua parrocchia, Beata Maria Gabriella, ha scelto di dare risalto alla ricorrenza appena passata, con la celebrazione della santa messa della memoria di San Giuseppe lavoratore, con l’invocazione a Maria, indicata da Papa Francesco e realizzata dalla Chiesa italiana con un atto di affidamento alla Madonna, e con l’omaggio alla Beata Maria Gabriella dell’Unità. Anche questo tema dell’unità è stato messo in risalto più volte dal Papa, con l’invito a tutto il mondo a riscoprire la condizione di interdipendenza reciproca che richiede un impegno condiviso per trovare la soluzione a questo terribile male. Dopo aver celebrato la santa messa, don Pietro Borrotzu ha proposto una riflessione sui temi del lavoro, richiamando il tema della Settimana sociale celebrata a Cagliari nel 2017: “Un lavoro libero, creativo, partecipativo, solidale” e sulle nuove parole d’ordine indicate nelle linee di preparazione per la 49ª settimana sociale, che si terrà a Taranto il prossimo febbraio: “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro, tutto è connesso”. «La sfida è concentrata in queste parole, decise prima della pandemia, e che, alla luce di quanto è capitato sotto i nostri occhi, assumono un peso profetico ed hanno valore di monito per il futuro – dice don Borrotzu –. Il valore del lavoro, cui deve essere garantita la dignità, deve anche combinarsi con il rispetto e la cura dell’ambiente, per costruire un futuro di equità e di giustizia. È necessario avere uno sguardo “contemplativo”, che vada oltre la voglia ingorda di rapina, che ha come unica conseguenza la creazione di nuove ferite alle persone e al creato». Con il canto di Maria Giovanna Cherchi, soprattutto la struggente interpretazione di “Sette ispadas de dolore”, si è voluto offrire un contributo «per educare il cuore e la mente alla contemplazione e raccogliere il grido di tutti i figli della terra in questo tempo di grave sofferenza. Soprattutto è stata un’ invocazione alla Madonna per gli uomini del mondo del lavoro, per le angosce di questo momento e la paura del futuro».
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