Il rito della tosatura perde magia

Birori, l’uso delle macchinette e l’arrivo del Covid cancellano la festa millenaria dei pastori

SINDIA. Distanza interpersonale di almeno un metro, numero di tosatori ed aiutanti ridotto all’essenziale, tracciabilità dei movimenti dei tosatori specializzati, momenti conviviali da evitare. Sono alcune delle disposizioni principali contenute nelle linee di indirizzo previste dalla Regione per regolamentare l’attività di tosatura in tempi di Coronavirus, e che tengono conto di un cambiamento radicale in atto già da diversi anni con le operazioni di tosatura affidate sempre più spesso a squadre di tosatori specializzati, veloci ed efficienti. In principio soprattutto australiani e neozelandesi, poi corsi, oggi rumeni. Ma, ovviamente, non mancano i sardi. Michele Cossu, allevatore in pensione di Sindia, di tosature ne ha vissute tante.

«Era una grande festa che segnava l’epilogo della stagione più dura ed intensa. Di solito si iniziava subito dopo la raccolta del fieno e della festa di San Leonardo, il 2 giugno, e poteva coinvolgere decine di persone, che si suddividevano i compiti: impastoiare le pecore, tosarle, raccogliere la lana. Ma era anche un momento di confronto e di consolidamento delle amicizie che iniziava con “s’imulzu”, per lo più a base di sanguinacci, testine d’agnello, coratella, e proseguiva con il pranzo. Si iniziava all’alba e si concludeva entro la tarda mattinata anche perché la tosatura si svolgeva all’aperto e, quindi, sotto il sole. Il numero dei tosatori variava a seconda della consistenza del gregge ed era un obbligo morale restituire il favore ricevuto. Per dare un’idea: non ho preso parte alla prima comunione di mio figlio Francesco per aiutare un amico: allora era un dovere irrinunciabile. Ora non è così, molti affidano l’incarico a professionisti, la festa è quasi scomparsa, ben prima del coronavirus».

Il fratello Raffaele, ancora in attività, aggiunge: «La tosatura ha assunto forme diverse per varie ragioni: l’avvento delle macchinette, la diffusione di malattie come l’agalassia che consigliavano di non spostarsi da un ovile all’altro per il timore dei contagi, il cresciuto impegno per la raccolta del fieno, l’allentamento dei rapporti di mutua assistenza tipica del nostro mondo».

Il macomerese Salvatorangelo Murgia, oggi in pensione, si mostra fatalista. «È cambiato il mondo ed è cambiata la pastorizia. È accaduto tutto in pochi anni, senza quasi accorgercene. Ed anche la tosatura ne ha risentito. Ora mio figlio e mio nipote tosano il gregge da soli, pochi capi per volta. E pensare che nel recente passato, nell’ovile di Pubusone, siamo arrivati a contare 300 invitati, sembrava un matrimonio. Si lavorava, si pranzava e si stava tutti insieme, accompagnati dai versi dei poeti estemporanei. Hanno pesato la diffusione delle macchinette, forse i costi dilatati. Prima con la vendita della lana ci si pagava la tosatura, oggi la lana è un peso, spesso rimane ammassata nei capannoni». L’azienda dei fratelli Porcu, Salvatore e Giovanni Antonio, padre gavoese, madre bosana, si trova a Bosa, divisa tra Marrargiu e Sa Pitada. «Nostro padre rimaneva in campagna anche 15 giorni di seguito – spiega Salvatore –. La tosatura era una delle poche occasioni per incontrarsi e per vedere gli amici. Vigeva l’obbligo di restituire il favore e così, a rotazione, si andava avanti per diversi giorni. Questo fino a 30 anni fa, quando abbiamo acquistato la prima macchinetta ed accantonato le forbici tradizionali. Io e mio fratello cerchiamo di suddividerci i compiti e di tosare una quarantina di pecore al giorno, riuscendo a concludere in due settimane. Come noi fanno tanti. Non c’è dubbio che il nostro mondo sia cambiato». E, forse, si è persa anche un po’ di poesia.

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