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processo 

Truffa al Centro di formazione, gli imputati si difendono

NUORO. Si è difeso dicendo che in alcuni casi avevano confuso persona, e che in altre gli avevano contestato di aver fumato durante l’orario di lavoro, pur nei limiti della pausa caffè. Franco Ruiu...

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NUORO. Si è difeso dicendo che in alcuni casi avevano confuso persona, e che in altre gli avevano contestato di aver fumato durante l’orario di lavoro, pur nei limiti della pausa caffè. Franco Ruiu uno degli otto imputati per la truffa al Centro regionale formazione professionale le, ieri mattina davanti al giudice monocratico Angelicchio, ha respinto le accuse che gli vengono contestate. «Anche la Corte dei Conti mi aveva dato ragione – ha detto l’imputato – visto che su 16 ore contestate inizialmente, ne ha riconosciuto a mio carico un residuo di 2 ore e 36 minuti, corrispondenti al valore di 75 euro». Il processo che vede otto dipendenti del Crfp, accusati di truffa perché accusati di essere usciti in orario di servizio senza timbrare il cartellino, si avvia a conclusione. Gli imputati Martino Corimbi, Graziella Biccone, Giovanni Sotgiu, Giuseppe Tiddia, Francesca Fenu, Alessio Sanna, Francesco Bussu e Franco Ruiu, sono difesi dagli avvocati Aldo Petta, Tullio Moni, Gianluigi Mastio, Gabriella Cassarà e Giovanna Cossu. Ieri oltre a Ruiu si è sottoposto ad esame anche Corimbi.

«Lavoravo dal 2008 al Centro regionale di formazione in via Ragazzi del 99. Nel periodo che va dal settembre 2013 a marzo 2014 ero coordinatore delle attività didattiche poi, insieme a una collega eravamo stati spostati al settore del micro credito e ci occupavamo delle pratiche legate al finanziamento. Una sorta di tutoraggio che iniziava con l’avvio della pratica fino all’erogazione dei fondi. Per fare questo – ha aggiunto l’imputato – dopo il primo incontro che si svolgeva in sede, spesso era necessario che noi andassimo nelle aziende. In quell’arco di tempo avevamo attivato 200 pratiche e al 99 percento erano andate in porto. Il fatto di uscire fuori con la collega l’ho sempre inteso come lavoro. Al Centro, inoltre – ha sottolineato – , non esisteva un sistema informatico adatto per la gestione del lavoro, perciò mi usavo il modem privato. Anche per finire le pratiche spesso mi portavo il lavoro a casa. Insomma, tutto a spese mie. Solo nel 2014 ci era stato detto che dovevamo usare sempre il badge e noi, pur non sapendo delle telecamere, ci eravamo adeguati alle regole del direttore generale. Il nostro contratto prevedeva 20 minuti di pausa per il caffè. Poi – ha concluso Corimbi – nel 2015 si era deciso che non potevamo più redare le pratiche che venivano passate a consulenti esterni». Dopo Corimbi, è stata l’imputata Bicconi a rilasciare dichiarazioni spontanee. Ha confermato quanto detto dal collega in precedenza, dichiarando la sua estraneità ai fatti che le vengono contestati». (k.s.)

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