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«L’arma era difettosa ma funzionante»

«L’arma era difettosa ma funzionante»

Siniscolese a processo per tentata estorsione: in aula il consulente balistico

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SINISCOLA. «Quel fucile era funzionante ma per poterlo usare correttamente era necessario essere esperti». A dichiararlo è stato il maresciallo del Ris di Cagliari, Gianluca Suriano, sentito in aula al processo davanti al collegio presieduto da Giorgio Cannas, che vede Guido Cherchi, imputato per tentata estorsione, minacce e porto illegale di arma. Il consulente ha svolto accertamenti balistici sul fucile e sulle munizioni sequestrate all’imputato. «Si tratta di un fucile semiautomatico Beretta, completo di matricola – ha detto il tecnico – in modesto stato di conservazione. Aveva l’asta in legno amovibile e una spaccatura laterale nel legno. Dopo averlo ripreso prima di smontarlo, sono state fatte prove di funzionamento e si è notato da subito che l’arma non riarmava. Dopo il primo colpo, infatti, era necessario manomettere e ricaricare. Un funzionamento anomalo per essere un semiatomatico, tipico, invece, di un fucile a pompa. Dopo averlo smontato – ha aggiunto – mi sono accorto che mancava un pistone che permette di arretrare l’otturatore. Le cartucce calibro 12 erano integre e utilizzabili. Quando stavo assemblando l’arma, ho notato, inoltre, che la guida era deformata di qualche millimetro. Motivo per il quale era necessario qualche minuto in più per riuscire a completare l’operazione. Nonostante tutto – ha aggiunto il consulente balistico – l’arma era idonea all’impiego».

È proprio su questa anomalia del fucile che ieri si sono concentrate le domande del pm e della difesa. «Questa alterazione rendeva più aggressiva o meno l’arma?» ha chiesto Ireno Satta. «La spaccatura non comportava nulla – ha detto il consulente – creava solo qualche problema in più al tiratore».

«Le anomalie creavano difficoltà nel montaggio dell’arma?» ha aggiunto, invece, l’avvocato Fabio Varone. «Sì – ha risposto il tecnico – occorreva perdici del tempo ma agendo di buona lena il fucile si poteva montare. Diciamo che un intenditore di armi non avrebbe avuto alcun problema, rispetto a uno poco esperto che avrebbe avuto più difficoltà». Secondo l’accusa l’imputato, attualmente detenuto in carcere, aveva portato in luogo pubblico un fucile calibro 12 per mettere in atto una tentata estorsione ai danni di Gianluca Lippi e Barbara Todde, che gli avrebbero dovuto consegnare 1.500 euro, quale debito residuo del prezzo di acquisto di un’autovettura. Guido Cherchi, ubriaco, era andato a casa loro e nel mimare il gesto del caricamento del fucile, li avrebbe minacciati di morte. (k.s.)

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