Parrucchieri disperati: «Così moriamo di fame»
di Alessandro Mele
Emergenza Covid, l’appello della titolare del salone Valius al sindaco e al prefetto «Noi chiusi mentre è concesso ammassarsi in posti di aggregazione più a rischio»
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NUORO. C’è più plexiglass nei saloni di parrucchieri e centri estetici che in banca o negli uffici postali, eppure la zona rossa non gli consente di lavorare in sicurezza. Se pochi o nessuno sono quelli che si ribellano, tantissimi sono quelli che abbassano la saracinesca perché obbligati dalle regole imposte nelle zone a più alto rischio di contagi e per timore delle pesanti sanzioni che graverebbero ancora di più sulle chiusure. Parrucchieri ed estetisti non ce la fanno più a non lavorare e se si moltiplicano gli appelli lanciati sulla rete con video e cartelli di protesta, c’è chi decide di passare per le vie formali scrivendo una lettera indirizzata al sindaco Andrea Soddu e al prefetto Luca Rotondi. «Intervenite subito, fate sentire voi la nostra voce» è il grido di aiuto lanciato da Valeria Carboni, titolare del salone Valuis di via Biasi. Un’attività aperta meno di sei mesi fa che, come tante, rischia di morire prima di essere nata. «Voglio lavorare in sicurezza e dignitosamente come ho sempre fatto – scrive Carboni nella lettera –. Credo che il mio grido di disperazione sia quello di tutti i miei colleghi, e di quanti da oggi hanno dovuto abbassare le serrande, senza poter dire nulla, con la sola consapevolezza che anche questo mese bisognerà fare i salti mortali per far quadrare i conti. Chiedo alle nostre autorità di fare il possibile affinché possiamo riaprire le nostre attività. Consentiteci di dare da mangiare alle nostre famiglie e soprattutto di pagare le tasse, perché anche attraverso i nostri soldi lo Stato potrà comprare i vaccini necessari per arrivare a intravedere la luce alla fine del tunnel». I motivi per i quali poter tenere aperto sono tanti. «Nei nostri saloni – continua la parrucchiera – vengono rispettate tutte le prescrizioni. Sanifichiamo ogni postazione; non accettiamo più di due appuntamenti per volta, e registriamo ogni accesso. Ma pare che tutto questo non basti per evitare la chiusura. Certo è – aggiunge la donna – che a lungo andare si rischia di incentivare il lavoro a domicilio e quindi in nero, senza regole e senza nessuna prescrizione da rispettare». Eppure la titolare del Valius, il nemico lo conosce bene: «A gennaio – spiega – ho dovuto chiudere per un intero mese perché mia figlia era stata contagiata a scuola e poi l’ha trasmesso a tutta la famiglia. Conosco perfettamente il pericolo, per averlo guardato in faccia, soprattutto ne conosco gli effetti a lungo termine. In ogni caso credo che stare fermi ad aspettare di morire di fame non sia la soluzione migliore. C’è una disparità di trattamento tra categorie – conclude –. Perché si può continuare ad andare in massa in altri luoghi di aggregazione più pericolosi? Tutto questo è assurdo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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