«Cadeddu accusato da una mitomane»
di Kety Sanna
I difensori del presidente di Confesercenti ne chiedono l’assoluzione: «Non ci ha mai “provato” con la dipendente»
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NUORO. «Questa difesa non condivide le conclusioni cui è pervenuta la pubblica accusa, men che meno quelle della parte civile, in quanto riteniamo che all’esito dell’istruttoria svolta, sia orale che documentale, si possa pervenire a una pronuncia di assoluzione dell’imputato in relazione al reato che gli viene contestato». Ieri è toccato agli avvocati Gianfranco Mattana e Luca Pennisi, difensori di Roberto Cadeddu, presidente della Confesercenti, accusato di molestie sessuali nei confronti di una dipendente (riqualificate dal pm Bocciarelli in sede di requisitoria, in tentate ndr), illustrare le arringhe davanti ai giudici del collegio (presidente Cannas, a latere Ferrando e Falchi Delitala). Nel ripercorrere l’istruttoria dibattimentale i due difensori, oltre a rappresentare i fatti, hanno definito la personalità dell’ex dipendente «tipica di un soggetto affetto da mitomania». Una vicenda che si snoda in appena 15-20 giorni: il 6 maggio inizia il rapporto di lavoro che si chiude il 25 successivo.
«Prima di allora Cadeddu e la ragazza (parte civile con l’avvocato Adriano Catte) erano perfetti sconosciuti – dicono i legali –. L’imputato aveva assunto il personale a tempo indeterminato, per avere un paracadute con il periodo di prova. Ma la ragazza, sentita in aula, aveva dichiarato di non averlo mai saputo. Aveva però sottolineato di aver pensato di dover gestire tutta la situazione del locale e di dover insegnare il lavoro alla figlia di Cadeddu. Inoltre – ha continuato la difesa – nel descrivere i fatti in querela la ragazza aveva raccontato due episodi che per noi rappresentano i primi di una escalation, finalizzata ad arrivare alla giornata del 24 maggio 2017, che altrimenti sarebbe stata inverosimile. Il primo – ha sottolineato la difesa – è quando la 33enne aveva definito equivoco il fatto che Cadeddu, poggiandole una mano sulla schiena le avesse chiesto se aveva bisogno di qualcosa. Il secondo, quando il 23 maggio, dopo essere andata con lui a fare la spesa in vista della cena di Rosas, aveva visto in quella occasione un pretesto da parte del suo datore per rimanere da solo con lei, nonostante avessero solo parlato di lavoro». Quindi i legali arrivano al giorno del fatto, quando la ragazza pur avendo finito il suo turno si era intrattenuta nel locale. «La cameriera aveva detto che era stato Cadeddu a chiederle di rimanere per dargli una mano, sostenendo che in quel momento erano soli. Versione – hanno aggiunto gli avvocati – smentita, però, dall’altra dipendente, Barbara Carta che ricordava quel giorno la presenza di più persone e il fatto che fosse stata la collega a proporsi di aiutare. Carta aveva detto che il 24 maggio aveva iniziato alle 14 e si era adirata per il disordine del locale. C’era ancora l’altra cameriera, Francesca Cadeddu e un suo amico che avevano portato degli scatoloni in via Ferracciu, sul retro del bar. Roberto era andato loro incontro, seguito dalla ragazza che era rimasta sulle scale. Poco dopo la stessa, aveva raggiunto Carta nel bar e con fare stupito le aveva detto: “Roberto ci ha provato”. «Eppure – sottolineano i legali – se i fatti fossero stati veri perché la parte offesa era rimasta nel locale? Perché aveva partecipato alla cena e il giorno dopo era ritornata al lavoro? Semplicemente perché, non aveva nulla da temere. I motivi che avevano spinto il Cadeddu a non rinnovarle il contratto sono altri: la fiducia perduta dopo che la dipendente era stata sorpresa a prendere dei soldi, e il rapporto conflittuale tra lei e la figlia Francesca. Nonostante tutto, Roberto Cadeddu, aveva dimostrato correttezza anche quel 23 maggio, giorno della spesa, quando aveva anticipato alla sua dipendente che dopo la cena, il loro rapporto lavorativo si sarebbe concluso».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«Prima di allora Cadeddu e la ragazza (parte civile con l’avvocato Adriano Catte) erano perfetti sconosciuti – dicono i legali –. L’imputato aveva assunto il personale a tempo indeterminato, per avere un paracadute con il periodo di prova. Ma la ragazza, sentita in aula, aveva dichiarato di non averlo mai saputo. Aveva però sottolineato di aver pensato di dover gestire tutta la situazione del locale e di dover insegnare il lavoro alla figlia di Cadeddu. Inoltre – ha continuato la difesa – nel descrivere i fatti in querela la ragazza aveva raccontato due episodi che per noi rappresentano i primi di una escalation, finalizzata ad arrivare alla giornata del 24 maggio 2017, che altrimenti sarebbe stata inverosimile. Il primo – ha sottolineato la difesa – è quando la 33enne aveva definito equivoco il fatto che Cadeddu, poggiandole una mano sulla schiena le avesse chiesto se aveva bisogno di qualcosa. Il secondo, quando il 23 maggio, dopo essere andata con lui a fare la spesa in vista della cena di Rosas, aveva visto in quella occasione un pretesto da parte del suo datore per rimanere da solo con lei, nonostante avessero solo parlato di lavoro». Quindi i legali arrivano al giorno del fatto, quando la ragazza pur avendo finito il suo turno si era intrattenuta nel locale. «La cameriera aveva detto che era stato Cadeddu a chiederle di rimanere per dargli una mano, sostenendo che in quel momento erano soli. Versione – hanno aggiunto gli avvocati – smentita, però, dall’altra dipendente, Barbara Carta che ricordava quel giorno la presenza di più persone e il fatto che fosse stata la collega a proporsi di aiutare. Carta aveva detto che il 24 maggio aveva iniziato alle 14 e si era adirata per il disordine del locale. C’era ancora l’altra cameriera, Francesca Cadeddu e un suo amico che avevano portato degli scatoloni in via Ferracciu, sul retro del bar. Roberto era andato loro incontro, seguito dalla ragazza che era rimasta sulle scale. Poco dopo la stessa, aveva raggiunto Carta nel bar e con fare stupito le aveva detto: “Roberto ci ha provato”. «Eppure – sottolineano i legali – se i fatti fossero stati veri perché la parte offesa era rimasta nel locale? Perché aveva partecipato alla cena e il giorno dopo era ritornata al lavoro? Semplicemente perché, non aveva nulla da temere. I motivi che avevano spinto il Cadeddu a non rinnovarle il contratto sono altri: la fiducia perduta dopo che la dipendente era stata sorpresa a prendere dei soldi, e il rapporto conflittuale tra lei e la figlia Francesca. Nonostante tutto, Roberto Cadeddu, aveva dimostrato correttezza anche quel 23 maggio, giorno della spesa, quando aveva anticipato alla sua dipendente che dopo la cena, il loro rapporto lavorativo si sarebbe concluso».
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