Piazza a Vittorio Vargiu trucidato dai nazifascisti
di Giusy Ferreli
Il paese onora il partigiano: andò al fronte nel 1940 e non fece più ritorno a casa L’intitolazione della piazza del paese motivo di orgoglio per la sua famiglia
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ULASSAI. «Vivete tranquilla e non preoccupatevi di me: lasciate che la mia vita sparisca, come una nuova di fumo che si sperde nel firmamento e non ritorna più». Con queste parole il partigiano di Ulassai Vittorio Vargiu, trucidato in Toscana dai nazifascisti si rivolgeva a sua madre. Il fosco presagio di un destino già scritto al quale sua madre Narcisa non si è mai potuta rassegnare. «Dopo aver appreso della sua morte non ha avuto più pace» racconta Maria Cossu che di quel bel giovanotto a cavallo, immortalato in una fotografia ingiallita, è la nipote. La donna vive ancora dell’abitazione di via Garibaldi dove Vargiu nacque e dove visse con sua moglie e la sua figlioletta sino alla partenza per il fronte nel 1940. Negli angoli di questa casetta, nel centro storico del paese, non si è mai celebrato l’eroe – il riconoscimento è arrivato qualche giorno fa con l’intitolazione di una piazza del paese da parte del Comune – ma si è pianto il figlio e il fratello perduto.
«Mia nonna lo ha pianto in maniera inconsolabile, ogni giorno della sua lunga vita. Quando il dolore si faceva insostenibile allora cantava “s’attitidu”. Erano momenti strazianti che nessuno ha mai pensato di interrompere» racconta ancora la nipote.
Suo zio Vittorio aveva solo due anni e sua madre era ancora nella pancia quando il loro padre morì a causa della Spagnola. Senza più un marito, Narcisa si era data da fare per portare avanti le due creature che erano l’unica ragione di vita. Un’infanzia dura la loro, anche se il pane non era mai mancato; per entrambi le scuole sino alla quinta elementare e poi, per Vittorio, l’impiego da sacrista nella chiesa del paese, il matrimonio poco più che adolescente con Iolanda e la nascita di Maria. Un’esistenza come tante i cui ricordi sono custoditi con amore nell’intimità di una famiglia riservata ma che, in occasione della cerimonia voluta dal sindaco Gianluigi Serra, si intrecciano alla biografia ufficiale del partigiano Vargiu, morto da eroe in Val di Cecina ad appena 25 anni. «L’ogliastrino – si legge nella sua biografia al centro di studi e pubblicazioni – aderì al movimento di Liberazione con la “banda di Ariano”, un piccolo gruppo composto da quattro combattenti. Dopo l’armistizio e la rotta dell’esercito italiano, le vicissitudini portarono due nobili toscani il marchese Gianluca Spinola, suo cugino Franco Stucchi Prinetti e due sardi di modeste l’ulassese Vittorio Vargiu e il nuorese Francesco Piredda ad incontrarsi. E a votarsi interamente alla causa sino alla morte. Dal 1943 al giugno del 1944, quando vennero catturati dai nazifascisti, fecero diverse azioni di rappresaglia nei confronti dei convogli militari degli occupanti tedeschi nelle zone tra Colle Val d’Elsa e Castel San Gimignano. Fu durante uno scontro che vennero catturati. Torturati perché rivelassero i loro contatti con gli altri gruppi partigiani, non parlarono. Vennero fucilati sul ciglio della strada il 14 giugno e gettati in una fossa comune, luogo dove in seguito i familiari di Vittorio Vargiu si sono recati per portare un fiore. Dopo tanti anni è arrivato anche l’omaggio dell’amministrazione comunale. «Questo gesto è stato per la nostra famiglia motivo di commozione e orgoglio. Mia nonna – conclude Maria Cossu – sarebbe stata felice».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«Mia nonna lo ha pianto in maniera inconsolabile, ogni giorno della sua lunga vita. Quando il dolore si faceva insostenibile allora cantava “s’attitidu”. Erano momenti strazianti che nessuno ha mai pensato di interrompere» racconta ancora la nipote.
Suo zio Vittorio aveva solo due anni e sua madre era ancora nella pancia quando il loro padre morì a causa della Spagnola. Senza più un marito, Narcisa si era data da fare per portare avanti le due creature che erano l’unica ragione di vita. Un’infanzia dura la loro, anche se il pane non era mai mancato; per entrambi le scuole sino alla quinta elementare e poi, per Vittorio, l’impiego da sacrista nella chiesa del paese, il matrimonio poco più che adolescente con Iolanda e la nascita di Maria. Un’esistenza come tante i cui ricordi sono custoditi con amore nell’intimità di una famiglia riservata ma che, in occasione della cerimonia voluta dal sindaco Gianluigi Serra, si intrecciano alla biografia ufficiale del partigiano Vargiu, morto da eroe in Val di Cecina ad appena 25 anni. «L’ogliastrino – si legge nella sua biografia al centro di studi e pubblicazioni – aderì al movimento di Liberazione con la “banda di Ariano”, un piccolo gruppo composto da quattro combattenti. Dopo l’armistizio e la rotta dell’esercito italiano, le vicissitudini portarono due nobili toscani il marchese Gianluca Spinola, suo cugino Franco Stucchi Prinetti e due sardi di modeste l’ulassese Vittorio Vargiu e il nuorese Francesco Piredda ad incontrarsi. E a votarsi interamente alla causa sino alla morte. Dal 1943 al giugno del 1944, quando vennero catturati dai nazifascisti, fecero diverse azioni di rappresaglia nei confronti dei convogli militari degli occupanti tedeschi nelle zone tra Colle Val d’Elsa e Castel San Gimignano. Fu durante uno scontro che vennero catturati. Torturati perché rivelassero i loro contatti con gli altri gruppi partigiani, non parlarono. Vennero fucilati sul ciglio della strada il 14 giugno e gettati in una fossa comune, luogo dove in seguito i familiari di Vittorio Vargiu si sono recati per portare un fiore. Dopo tanti anni è arrivato anche l’omaggio dell’amministrazione comunale. «Questo gesto è stato per la nostra famiglia motivo di commozione e orgoglio. Mia nonna – conclude Maria Cossu – sarebbe stata felice».
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