Omicidio Meloni: «Non ci fu alcuna premeditazione»
In Appello l’arringa difensiva degli avvocati dell’imputato L’uomo era stato condannato all’ergastolo. Il 16 la sentenza
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NUORO. «Non c’è prova che ci sia stata la premeditazione: Ettore Sini la mattina dell’omicidio era in campagna a Ozieri e aveva con sé l’arma. Non è andato a Bono a prenderla per poi recarsi a Nuoro, nell’appartamento di via Napoli, dove vivevano Romina Meloni e Gabriele Fois, e portare a termine il suo piano omicida. Lui voleva parlare con la sua ex donna. Voleva chiarire». È durata quattro ore davanti ai giudici della Corte d’Assise d’appello di Sassari, presieduta da Maria Teresa Lupinu, l’arringa difensiva degli avvocati dell’ex agente penitenziario di 51 anni di Bono, giudicato in primo grado con rito abbreviato e condannato all’ergastolo, per aver ucciso il 31 marzo di due anni fa, l’ex compagna Romina Meloni, 49 anni, e ferito gravemente il suo fidanzato Gabriele Fois. Omicidio volontario premeditato e aggravato da futili motivi, l’accusa. Due ore a testa per gli avvocati Lorenzo Soro e Pasquale Ramazzotti che nel tentativo di demolire le aggravanti contestate al loro assistito, hanno puntato alla riduzione della pena inflitta in primo grado, per una più mite. «Sini quel giorno era in uno stato d’animo particolare. Aveva ricevuto dei messaggi da Romina (che ieri sono stati fatti sentire in aula ndr), con la quale continuava ad avere un rapporto ambiguo. Questo delitto – hanno sottolineato i difensori – andrebbe inquadrato in un contesto di illusioni e disillusioni che l’uomo continuava subire. Non era nato dalla scelta della donna di andare a vivere con un altro, anche perché tra lei e Sini esistevano ancora delle complicità che potevano far sperare in una ripresa del rapporto». E proprio per via dello stato d’animo particolare in cui si trovava Sini al momento dell’omicidio, «era in preda a una sorta di corto circuito» hanno detto i suoi avvocati, era stata richiesta una perizia psichiatrica. Concessa dalla Corte che aveva incaricato lo specialista Paolo Milia, chiamato a valutare la capacità di intendere e di volere dell’imputato al momento del fatto. In base alla valutazione clinica, Sini era risultato esente da patologie di rilevanza psichiatrica. Secondo il medico, infatti, il comportamento dell’imputato prima, durante e dopo l’omicidio, permetteva di escludere che il reato si fosse concretizzato in un “ambito di malattia” tale da rilevare l’esclusione della capacità di intendere e di volere. Motivo ulteriore che aveva portato il Pg, Roberta Pischedda, a sollecitare la conferma della condanna all’ergastolo per l’imputato con il riconoscimento delle aggravanti della premeditazione e dei motivi abietti. Richiesta alla quale si erano associati gli avvocati di parte civile: Pietro e Mario Silvestro Pittalis per Fois, e Orlando Ugone e Bruno Conti per la famiglia della vittima. Udienza il 16 luglio per le repliche e la sentenza. (k.s.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
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