I disastri del Poligono, le richieste delle parti civili

Lanusei. Al processo indice puntato sugli effetti del danno ambientale sulla salute Sotto accusa 8 ex comandanti. Intere comunità chiedono di essere risarcite

LANUSEI. A causa di quello che l’accusa e le parti civili del processo sui veleni di Quirra reputano un immane disastro ambientale, sebbene il reato contestato agli imputati sia un altro, in molti hanno patito. Militari e dipendenti civili del Poligono e delle ditte d’appalto, allevatori e semplici cittadini, comunità sulle quali per anni – è la tesi degli avvocati che difendono le innumerevoli parti civili nel dibattimento – è gravato lo spettro dell’inquinamento. Questo con diverse sfumature hanno rimarcato, nella terza giornata dedicata alla discussione, nel processo agli 8 ex comandanti del Poligono per omissione aggravata di cautele contro disastri e infortuni, i legali di enti e cittadini nella discussione che va avanti da giorni di fronte alla giudice del tribunale di Lanusei, Nicole Serra tra la ricostruzione di storie di malattia, sofferenza e le richieste di risarcimento. A partire da quella avanzata dall’avvocato Giacomo Doglio (50mila euro) per i suoi quattro assistiti – il quinto nel frattempo è deceduto – che avevano tra i 28 e i 50 anni quando si ammalarono di tumori dell’apparato emolinfopoietico. «C’era una doppia relazione con il Poligono: la residenza anagrafica, il lavoro». Il difensore, riferendosi alla legislazione sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e agli studi di consulenti e periti, ravvisa nelle condotte degli alti ufficiali, per i quali il pm Biagio Mazzeo ha chiesto condanne a pene variabili tra i 3 e i 4 anni, il non aver avvertito i lavoratori e i cittadini dei pericoli. «Neanche il responsabile della sicurezza – incalza Doglio – sapeva esattamente come stavano le cose, di sicuro non sapeva che in località Is Pibiris, ridotta ad una discarica, ci pascolavano le mucche». Reitera la richiesta l’avvocato Roberto Peara che ripercorre la storia di Andrea Lai, il militare a suo giudizio diventato l’ emblema di questo processo. «Cittadino di Perdasdefogu e militare nei 10 anni che coprono i capi di imputazione, ha assistito a tutto quello che accadeva e ce lo ha raccontato». Viveva in una casetta ai confini con la base e dopo la morte della madre per un rarissimo tumore al surrene viene trasferito al Poligono. «Investito da una nuvola di polvere durante un brillamento passa dal distaccamento a terra a quello a mare di Capo San Lorenzo. Chiede misure di prevenzione, i superiori quasi lo irridono. Poi si ammala di un tumore insorto per l'esposizione ai raggi solari e alle radiazioni» conclude il legale, chiedendo 50mila euro per Lai e per altre due famiglie. Tra le parti offese anche persone giuridiche. Come il Comune di Villaputzu, il primo paese dove, dopo la denuncia del medico Antonio Pili, gli abitanti chiesero chiarezza sull'incidenza di malattie tumorali che colpiva, in particolare, la piccola frazione di Quirra. Per quella comunità il legale Francesco Marongiu chiede un milione di euro. Per i Comuni di Ballao, Escalaplano e Armungia – avvocato Riccardo Caboni – si individuano tre tipi di danno: da esposizione, all’immagine e patrimoniali. Chiede una provvisionale di 300mila per ognuna delle parti. Si torna alle persone, questa volta di Escalaplano, e alle loro vite da disabili per le malformazioni. L’avvocato Giuseppe Caboni chiede 100mila euro per i suoi 3 assistiti e insiste sulla durata degli effetti del disastro, sulla pericolosità del torio che rimane nell'ambiente per decenni. Altri protagonisti, loro malgrado, di questa vicenda processuale lunghissima e controversa, sono i 25 pastori, secondo l'avvocato Marco Pilia la principale parte offesa. Per loro viene chiesta una provvisionale di 50mila euro. Coldiretti rimette alla valutazione del giudice la quantificazione del risarcimento.

Si prosegue oggi, con i legali di altre parti civili.

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