Dopo quattro anni accede alla dialisi: «Basta con i viaggi»

Macomer. La denuncia e l’odissea della paziente Laura Melis «Per trovare posto qui nel centro serve più personale»

MACOMER. «Per trovare un posto nel Centro dialisi di Macomer bisogna sperare che uno dei pazienti in cura muoia». Sono parole crude, cariche di dolore misto a rabbia, quelle di Laura Melis. Ha dovuto attendere quattro lunghi anni prima di essere inserita nell’elenco dei pochi “fortunati”. «Ebbene sì – ammette con amara ironia – mi sento quasi una miracolata per aver avuto accesso alla terapia settimanale nella mia città. Chissà quanti altri, invece, dovranno rivolgersi a strutture più lontane oppure rassegnarsi e aspettare. Ancora. Nel frattempo saranno condannati, come me, a convivere col senso di colpa che ti assale quando preghi incessantemente che il telefono squilli e che arrivi la bella notizia: “Può iniziare la dialisi. Ora c’è spazio anche per lei”. Tutto questo è inaccettabile. Ogni persona deve avere il sacrosanto diritto all’assistenza. Ciascun individuo deve poter usufruire dei trattamenti necessari ad alleviare la sofferenza imposta dalla malattia. Ma purtroppo non è così. Nel Distretto sanitario del Marghine le cose sembrano non cambiare mai» sottolinea Laura Melis.

Il Centro va avanti grazie a un unico medico specialista nefrologo, una coordinatrice, due Oss, un ausiliario e cinque infermieri. A quanto si è appreso, di recente, ne è stato assegnato un sesto ma servirebbe un’ulteriore unità per supplire, in parte, alla cronica carenza di personale. «L’intera equipe – spiega Laura Melis – svolge un lavoro encomiabile. È composta da uomini e donne che mettono anima e corpo in ciò che fanno, ma i ritmi giornalieri sono davvero faticosi. Per meglio rispondere alle esigenze dei pazienti, sono poco meno di trenta, dovrebbero assicurare un turno pomeridiano. Ma non è fattibile. Per riuscirci servirebbe, prima di tutto, un altro camice bianco. A nome mio e dei nefropatici in cura al poliambulatorio di Nuraghe Ruiu – prosegue – chiedo che gli organi competenti si adoperino per reclutare più risorse umane. Sarebbe auspicabile riuscire a incrementare il numero dei sanitari e parasanitari, e non solo per rendere più funzionale il Centro dialisi. Il problema è generalizzato. In quattro mesi sono stata costretta a cambiare altrettanti medici di famiglia. Tre di loro sono andati in pensione. Ne avevano facoltà, certamente, ma ai disagi causati agli assistiti chi pensa? Cosa si sta facendo per alleggerire il carico di lavoro che pesa sulle spalle dei pochi dottori rimasti in servizio? Da cittadina mi sento delusa e amareggiata. La sanità del territorio non riesce a rispondere ai bisogni delle popolazioni. Trovo ingiusto costringere i malati ai viaggi della speranza, spesso verso strutture sanitarie private. Le istituzioni si impegnino per invertire la rotta e lo facciano subito».

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