Lodè trova casa a Trieste ai tavoli del Gran Malabar

Federico Curreli entra in società per la gestione del noto locale mitteleuropeo. «Ogni volta che torno in paese dai miei parenti trovo un mondo sano e genuino» 

LODÈ. Trieste, piazza San Giovanni: entri al Gran Malabar per una degustazione dei migliori vini del pianeta terra e magari ti trovi davanti a Veit Heinichen, seduto al tavolino con un calice di bollicine, penna e taccuino che scarabocchia appunti. Le probabilità di un incontro ravvicinato con lo scrittore tedesco, uno dei più noti autori europei di noir, sono davvero alte. Di certo, al Gran Malabar, troverai un pezzo di Lodè: Federico Curreli. Ventisei anni compiuti lo scorso 3 ottobre, nato a Trieste, sardo nel sangue e nel cuore. «Ho sempre lavorato nella ristorazione, prima in una pizzeria, poi in un altro locale, poi in un panificio, una panetteria… » elenca al telefono via whatsapp. Dal 20 aprile 2020 è entrato nella società che gestisce lo storico bar-enoteca triestino di Mario Mosetti e Walter Cusmich, mentori di una sfida internazionale che propone vini da tutto il mondo, «compresa dalla nostra amata Sardegna», sottolinea Curreli.

Figlio di Angelo, lodeino approdato a Trieste nel 1980, e di Antonella, nata a Trieste ma a sua volta figlia di genitori sardi, Federico Curreli racconta: «Un paio di anni fa Walter è andato in pensione. Lui e Mario, i due pionieri, hanno così deciso, con quelli che ora sono i miei colleghi, di continuare la tradizione del Gran Malabar lasciandolo in mano a chi ci lavorava da anni». I colleghi di cui parla Federico sono due trentenni, Daniele Frittoli e Davide Marin, «sono per me due grandi amici, quasi due fratelli, oltre che soci in affari». «Sono loro che hanno aperto una società e poi hanno chiesto anche a me di unirmi all’impresa. Loro lavoravano al Gran Malabar da 10 anni, io da appena tre. Loro son triestini patochi, autentici, doc, io triestino “adottato”» scherza richiamando con orgoglio il suo dna sardo nella cosmopolita città di Italo Svevo. «Ogni volta che vado a Lodè a trovare i miei parenti, mi piace un sacco la tranquillità del paese, il mercatino... è chiaramente un mondo diverso, un modo di vivere sano e genuino» assicura Federico Curreli. Che ringrazia la famiglia, mamma e papà e la sorella Ilaria: «Sono stati fondamentali, mi hanno sempre supportato e... sopportato» ride. «La mia fortuna sono stati loro», giura. Fare impresa in tempi di pandemia, infatti, non è certo come fare un giro sulle rive. Neanche in un locale arcinoto e già collaudato come il Gran Malabar: «Ora stiamo lavorando tantissimo, ma quando sono entrato in società è stata davvero dura... siamo partiti in piena pandemia, andavamo in giro per Trieste a portare caffè, cocktail, panini... ci è stata di grande aiuto l’esperienza di Mario (Mosetti, ndr)... poi per fortuna, il 18 maggio, è finito il lockdown. L’estate 2020 è andata bene, c’era meno turismo ma i triestini ci hanno dato una mano. Poi a ottobre di un anno fa ancora chiusura e a dicembre semichiusura. In un anno di attività abbiamo avuto tre chiusure. Mario ci è stato sempre vicino. Anche i dipendenti, nonostante la cassa integrazione, ci sono stati vicini. Ora abbiamo più grinta di prima, l’estate appena chiusa è andata bene». Complice Veit Heinichen che con i suoi romanzi ha fatto del Gran Malabar un’icona mitteleuropea. Basti questo passaggio tratto dal suo libro “I morti del Carso” (edizioni e/o): « ...qualche passo più avanti in piazza San Giovanni, dove il pesante Giuseppe Verdi di bronzo seguiva gli eventi. All’angolo si trovava il Gran Malabar, dove a quell’ora era forse ancora possibile stare tranquilli, prima che, come ogni venerdì sera, avesse luogo una delle degustazioni di vino la cui fama andava ben al di là di Trieste».

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