Un chirurgo e due infermiere assolti

I tre sanitari erano accusati di aver dimenticato una garza nell’addome di una donna. Il giudice: «Il fatto non sussiste»

NUORO. Assolti perché il fatto non sussiste. La sentenza del giudice Giacomo Ferrando ha chiuso la vicenda giudiziaria che vedeva imputati il chirurgo Antonio Domenico Fais, l’infermiera Mariuccia Columbu e la strumentista Anna Ladu (difesi dagli avvocati Pietro e Mario Silvestro Pittalis, Gianluigi Mastio e Angelo Magliocchetti), accusati di omicidio colposo per la morte della paziente Maria Antonietta Seddone, prima ricoverata a Nuoro, e poi trasferita al Brotzu di Cagliari. Il pm aveva chiesto per tutti la condanna a 6 mesi. Ieri le arringhe della difesa. «Siamo di fronte a una vicenda molto complessa dal punto di vista clinico e chirurgico – ha detto l’avvocato Pittalis – che avrebbe meritato un accertamento rigoroso e più approfondito. Invece abbiamo assistito, sia da parte del consulente dell’accusa, sia durante la requisitoria del pm, a una serie di semplificazioni e sillogismi usati per dare per certa la morte della paziente a causa della presenza di una garza sterile all’interno dell’addome. Un’ipotesi causale insufficiente – ha aggiunto il difensore del chirurgo – visto che la garza, rimossa dopo pochi giorni, era all’interno di una capsula che sia era creata per l’avvio di un processo riparativo, e non aveva creato alcuna infezione. A dimostrarlo – ha continuato il legale – le conclusioni a cui era giunto il perito della difesa, Vindice Mingioni, secondo cui una volta tolta la garza la paziente era stata bene. La lesione da decubito non si sarebbe potuta creare, perché la capsula attorno all’ematoma che racchiudeva la garza, collocata nella loggia splenica, era ben lontana dal colon e dall’intestino. Lo shock settico valutato un mese dopo l’operazione – ha concluso Pittalis – non era certo legato alla presenza della garza ma ad altri batteri presenti nell’ospedale di Cagliari, dove la paziente aveva subito ben quattro interventi». Dello stesso tenore l’arringa dell’avvocato Magliocchetti, difensore della ferrista, che attraverso la proiezione di alcuni immagini in 3D, rifacendosi alla relazione del direttore della Radiologia, ha cercato di dimostrare come l’infezione dalla loggia splenica non potesse avere contatti con il colon discendente e l’intestino. L’avvocato Gianluigi Mastio, difensore dell’infermiera, oltre ad aver evidenziare la salute precaria della paziente, ha messo in risalto le conclusioni a cui era giunto lo stesso consulente del pm, dopo il confronto con il medico legale Mingioni. «Serra aveva ritenuto di non poter esprimere una valutazione certa ed esclusiva, in quanto il corpo estraneo, aveva avuto un ruolo di concausa. La paziente aveva predisposizione di base a processi infettivi: era diabetica e le era stata asportata la milza». Il difensore ha sottolineato che quasi certamente l’infezione che aveva scatenato la setticemia si era attivata a Cagliari, nel corso degli interventi a cui la donna era stata sottoposta. Il primo il 19 giugno 2015, durante il quale, gli stessi medici del Brotzu non avevano riscontrato nessuna infezione. (k.s.)

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