La trappola e poi il delitto Così è morto Mosè Cao

Indagini complesse per l’omicidio del pozzo, al setaccio il passato dell’uomo

TALANA. Quel corpo martoriato e reso irriconoscibile dalla lunga permanenza nell’acqua, raggiunto al petto e al volto da due scariche di fucile a pallettoni, è di Mosè Cao. Il riconoscimento ufficiale dell’operaio 58enne di Lotozari, attirato in trappola, ucciso e poi gettato in un pozzo nelle campagne di Pranu Mannu, è avvenuto ieri mattina. La presenza di un tatuaggio nella spalla e di una protesi dentaria hanno portato all’identificazione certa della vittima. Altre importanti conferme sono arrivate dall’autopsia eseguita dal medico legale Matteo Nioi su incarico della pm titolare dell’inchiesta, Giovanna Morra. A causare la morte di Cao, scomparso il 18 settembre a pochi chilometri da Tortolì, sono state due fucilate che hanno raggiunto il petto e il capo. Potrebbero essere pallettoni esplosi da un calibro 12 ma su questo, in mancanza dell’arma usata per quella che si è rivelata una vera e propria esecuzione, non si possono avere certezze. Di certo c’è che chi ha premuto il grilletto lo ha fatto con una notevole dose di sangue freddo, a distanza ravvicinata. Se a un metro o poco più, anche questo non si può dire per le pessime condizioni del corpo, ritrovato in una cisterna piena d’acqua a due mesi dalla sua scomparsa.

Il dottor Nioi avrà due mesi di tempo per depositare la relazione sull’esame necroscopico svolto nella sala settoria dell’ospedale di Lanusei dove la salma è stata portata subito dopo le complesse operazioni di recupero dalla cisterna nelle campagne talanesi da parte del Nucleo sommozzatori dei vigili del fuoco di Cagliari. Un altro mese servirà invece per la relazione sull’esame del Dna e sugli altri accertamenti eseguiti sul corpo, a partire dalla tac. La Procura di Lanusei ha preferito accertare l’identità del cadavere attraverso segni distintivi per poter restituire la salma, che altrimenti sarebbe rimasta a disposizione dell’autorità giudiziaria, ai familiari che ieri mattina si sono sottoposti al tampone salivare per la comparazione del Dna.

Sul fronte delle indagini, per risalire ai responsabili dell’omicidio, gli investigatori ripartono, con qualche dettaglio maggiore, da quel sabato pomeriggio di settembre. Un sabato di fine estate nel quale di Cao si sono perse le tracce. L’operaio fu visto per l’ultima volta nell’incrocio per Villagrande Strisaili, località dove una amico lo aveva accompagnato in auto all’appuntamento con misteriosi personaggi di cui non si conosce l’identità. Potrebbero essere personaggi legati al pericoloso ambiente della criminalità, ambiente che l’operaio, attualmente impiegato nei cantieri sociali avviati dall’amministrazione comunale dei Lotzorai, aveva frequentato sino a qualche anno fa rimediando una pesante condanna per un traffico internazionale di sostanze stupefacenti tra Ogliastra, Albania, Puglia e Olanda e alcuni procedimenti ancora pendenti.

Questa rimane la pista principale anche per i magistrati che dopo la denuncia dei familiari, preoccupati perché l'uomo da tre giorni non dava notizie di sè, avevano aperto senza dubbio alcuno un fascicolo per sequestro di persona a carico di ignoti non ritenendo plausibile l'ipotesi di un allontanamento volontario. «Ora – dice a questo riguardo il procurato capo di Lanusei Biagio Mazzeo – si può immaginare uno scenario più preciso. La vittima è stata attirata con qualche pretesto all’appuntamento, magari con la garanzia di un intermediario. Poi, non sappiamo se subito o dopo qualche ora c’è stata l’esecuzione. Al momento non abbiamo elementi per dire se l’omicidio sia avvenuto nel teatro del rinvenimento o in un altro luogo». Il magistrato parla di “delitto agghiacciante”, le modalità sono quelle della criminalità organizzata. «Si è trattato – osserva il magistrato – di un preciso disegno criminale per attirare in trappola Cao e per ucciderlo». Di questo disegno stanno affiorando solo piccoli frammenti, chissà se serviranno a dare un volto agli autori del delitto del pozzo.

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