La guerra dei fanghi arriva in aula
di Enrico Carta
Magomadas. Incidente probatorio sul trattamento del materiale di depurazione in arrivo dalla Puglia
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MAGOMADAS. Un incidente probatorio per cristallizzare il tutto. Periti e consulenti, accusa e difesa si fronteggiano in aula davanti alla giudice per le indagini preliminari Federica Fulgheri. Dall’esito degli accertamenti tecnici, che con l’incidente probatorio entrano a far parte degli atti processuali irripetibili, dipende la sorte del procedimento penale che riguarda lo smaltimento dei fanghi da depurazione nell’impianto della Geco. Il caso era esploso nel 2019 con le proteste pubbliche dei residenti e, successivamente, con gli esposti. Da lì era stato un crescendo di provvedimenti e di atti giudiziari, sino a quelli più significativi ovvero il sequestro dell’impianto da parte della magistratura – convalidato poi dal Riesame e definitivamente dalla Cassazione – e l’iscrizione sul registro degli indagati di Leonardo Galleri, legale rappresentante dell’azienda che opera in Planargia, ma che ha dei collegamenti imprenditoriali importanti con la Puglia, regione da cui proviene la gran parte dei fanghi che venivano poi lavorati a Magomadas. Dall’estate del 2020 l’impianto, esclusivamente nella parte legata al deposito del materiale contestato, è infatti sotto sequestro e inoperoso nella parte in cui avveniva il trattamento dei fanghi. La ditta ha provato a ottenere ragione nei tribunali di vario grado, ma sinora non è riuscita a fare breccia nell’impianto accusatorio. Ma certo è presto per tirare le somme, anche perché proprio l’incidente probatorio potrebbe essere un passo decisivo.
Lo scontro in aula è stato alquanto acceso, con il perito che ha risposto a una serie lunghissima di domande. Gli aspetti esaminati sono particolarmente tecnici e riguardano la composizione del materiale che, trasportato coi camion, finiva con l’essere depositato nei vasconi tra le colline della Planargia, suscitando l’ira di chi risiede a pochi passi dall’impianto per via degli odori sgradevoli che si sprigionavano e per la comparsa di quantità di insetti mai visti prima. Dalla composizione dei materiali discende poi la più complessa questione burocratica. Secondo il pubblico ministero Marco De Crescenzo la Geco non avrebbe avuto le autorizzazioni per poter accumulare nel proprio impianto quel tipo di materiale, proprio per via della sua composizione chimica. Al contrario, la Geco, assistita dall’avvocato Danilo Mattana che difende anche l’unico indagato, ritiene che ci sia un grave fraintendimento sulla composizione del materiale e che, quindi, le autorizzazioni in possesso della ditta rilasciate dalla Provincia e da altri enti fossero quindi regolari.
È la linea sottilissima che divide un’azione lecita da un reato. La procura resta convinta che ci si trovi di fronte a una serie di illeciti di tipo ambientale, l’azienda no. Ecco perché gli esiti delle analisi fatte dal perito hanno un peso notevole sull’andamento dell’indagine sulla quale la Cassazione, nell’esaminare la richiesta di dissequestro dell’impianto aveva già espresso un parere molto forte, quando aveva indicato come superiore al limite di legge la quantità di «inerti litoidi». Aveva poi chiarito che quelli non fossero esclusivamente fanghi di depurazione, dal momento che erano visibili anche a occhio nudo frammenti di laterizi, cemento e plastica. Aveva poi valutato come non regolari le procedure, perché la registrazione al ministero sarebbe avvenuta solo in una fase successiva all’avvio del funzionamento dell’impianto. In ogni caso, anche dopo che la registrazione è avvenuta, a rendere tutto illegittimo ci penserebbe proprio la tipologia di materiale trattato e poi sversato nei campi in uso alla ditta stessa o concessi da privati. L’esito dell’incidente probatorio chiarirà tutto questo.
Lo scontro in aula è stato alquanto acceso, con il perito che ha risposto a una serie lunghissima di domande. Gli aspetti esaminati sono particolarmente tecnici e riguardano la composizione del materiale che, trasportato coi camion, finiva con l’essere depositato nei vasconi tra le colline della Planargia, suscitando l’ira di chi risiede a pochi passi dall’impianto per via degli odori sgradevoli che si sprigionavano e per la comparsa di quantità di insetti mai visti prima. Dalla composizione dei materiali discende poi la più complessa questione burocratica. Secondo il pubblico ministero Marco De Crescenzo la Geco non avrebbe avuto le autorizzazioni per poter accumulare nel proprio impianto quel tipo di materiale, proprio per via della sua composizione chimica. Al contrario, la Geco, assistita dall’avvocato Danilo Mattana che difende anche l’unico indagato, ritiene che ci sia un grave fraintendimento sulla composizione del materiale e che, quindi, le autorizzazioni in possesso della ditta rilasciate dalla Provincia e da altri enti fossero quindi regolari.
È la linea sottilissima che divide un’azione lecita da un reato. La procura resta convinta che ci si trovi di fronte a una serie di illeciti di tipo ambientale, l’azienda no. Ecco perché gli esiti delle analisi fatte dal perito hanno un peso notevole sull’andamento dell’indagine sulla quale la Cassazione, nell’esaminare la richiesta di dissequestro dell’impianto aveva già espresso un parere molto forte, quando aveva indicato come superiore al limite di legge la quantità di «inerti litoidi». Aveva poi chiarito che quelli non fossero esclusivamente fanghi di depurazione, dal momento che erano visibili anche a occhio nudo frammenti di laterizi, cemento e plastica. Aveva poi valutato come non regolari le procedure, perché la registrazione al ministero sarebbe avvenuta solo in una fase successiva all’avvio del funzionamento dell’impianto. In ogni caso, anche dopo che la registrazione è avvenuta, a rendere tutto illegittimo ci penserebbe proprio la tipologia di materiale trattato e poi sversato nei campi in uso alla ditta stessa o concessi da privati. L’esito dell’incidente probatorio chiarirà tutto questo.
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