Non ci fu inquinamento: assolto Clivati
La moria di pesci non era legata allo sversamento di urea dall’azienda di Ottana. Anche il pm ha chiesto il proscioglimento
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NUORO. Assolti perché il fatto non sussiste. Si è chiuso davanti al giudice Giacomo Ferrando, il processo a carico dell’imprenditore e patron di Ottana Energia, Paolo Clivati, del responsabile della gestione della centrale Biopower, Andrea Mameli (difesi dagli avvocati Marcello Mereu e Basilio Brodu, del responsabile della conduzione impianti, Andrea Onida (dall’avvocato Laura Onida), e della società Biopower Sardegna (dall’avvocato Paolo Corti), chiamati a rispondere del reato di inquinamento ambientale. I fatti contestati risalgono alla fine del luglio 2014. L’inchiesta della Procura era partita dalla scoperta di alcune centinaia di carpe morte e finite sulle sponde del fiume Tirso. Moria di pesci che secondo il nucleo investigativo del corpo forestale e di vigilanza ambientale di Nuoro, era legata allo sversamento di una soluzione ureica, utilizzata per raffreddare gli impianti della centrale elettrica di Ottana, che a seguito della rottura di un silos aveva inquinato il corso d’acqua. Nel corso della discussione, però, sia il pm, sia i difensori hanno fatto emergere una serie di lacune dal punto di vista investigativo che hanno portato a non ritenere provata la responsabilità penale degli imputati. Il pm Ilaria Bradamante – prima di concludere con una richiesta di assoluzione – ha sottolineato gli errori di lettura e di valutazione fatti emergere dai consulenti nel corso del dibattimento. «L’urea contenuta nel silos, più che come valore assoluto, sarebbe dovuta essere stimata in valore percentuale – ha sottolineato l’accusa –. Ma errori sono emersi anche in merito al dimensionamento della vasca che era autorizzata e collaudata. Inoltre sui presunti danni causati dalla rottura del serbatoio, importante è stata la testimonianza dell’ex direttrice dell’Arpas, Maria Corrias che, non solo non aveva mai visto i pesci morti, ma non sapeva neppure quanti fossero. Altro errore imperdonabile il fatto che i pesci prelevati erano stati mal conservati ed erano giunti all’istituto Zooprofilattico in stato di putrefazione. Dunque – ha concluso il pm – manca la prova che la causa della loro morte sia legata alla sostanza tossica. Neppure sulle piante e nel depuratore sono state fatte analisi specifiche. Nel corso del dibattimento, non è stata raggiunta la prova della condotta, né dell’evento del reato». La parola, quindi, alla difesa. L’avvocato Corti ha esordito parlando di «analisi preconcetta da parte degli inquirenti, le cui azioni pratiche e tecniche hanno fatto emergere un profilo non certo professionale. Basti pensare – ha detto il legale – al dato relativo all’ammoniaca la cui percentuale di 2,94 è diventato 294. La verità è che non c’è stato alcun danneggiamento – ha aggiunto Corti – perché ciò che è uscito è stato smaltito nella vasca». Analoga l’arringa dell’avvocata Onida che, facendo propri i punti affrontati dal collega, ha aggiunto che sui fanghi non sono state rilevate anomalie, così come negli impianti, perché altrimenti sarebbero state segnalate. Secondo il legale non c’è un solo elemento che possa condurre all’inquinamento delle acque dovuto allo sversamento. «L’imputazione – ha concluso l’avvocato Mereu – presuppone una serie di fattori che l’indagine, per come svolta, non ha consentito di confermare. Anzi l’istruttoria dibattimento ha permesso di acquisire elementi opposti. Secondo l’accusa dal serbatoio è uscito un ingente quantitativo di soluzione ureica, più di quanto, in effetti, lo stesso potesse contenere». I difensori di Clivati e Mameli sono certi che seppure il quantitativo di ammoniaca fosse giunto al fiume, non avrebbe potuto avere potenzialità nociva tale da determinare la moria di pesci o il danno ambientale. (k.s.)
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