LA LEZIONE IN SARDO DI MAHMOOD
di AUGUSTO SECCHI (*)
La vicenda di Mahmood che parla in sardo alla madre è sintomatica della consapevolezza che abbiamo noi – nati, pasciuti e cresciuti in quest’isola di Sardegna – della nostra lingua e degli orizzonti...
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La vicenda di Mahmood che parla in sardo alla madre è sintomatica della consapevolezza che abbiamo noi – nati, pasciuti e cresciuti in quest’isola di Sardegna – della nostra lingua e degli orizzonti o baratri che la attendono. Alcuni articoli, post e commenti letti e sentiti qua e là hanno messo in evidenza come sia stato importante e apprezzabile quel “Ja ti la credias crasa” pronunciato in quel luogo che, non dimentichiamolo, prima di essere Sanremo è “Il festival della canzone italiana”. Altri hanno invece commentato e sottolineato che era ora di smetterla con questi panegirici e incensamenti esagerati rivolti a un cantante – tra l’altro del famigerato Sanremo – che, in fondo, si è solamente rivolto alla madre nella lingua che gli ha insegnato e che, aggiungono i sarcastici che in queste occasioni sono sempre in agguato, forse non sa neppure parlare. Il commento più diffuso è stato: “anche io parlo in sardo con mia madre e nessuno mi dedica titoloni di giornali”. Commento che ha riscosso enorme successo, anche se palesemente fuorviante perché non attinente al succo della questione che è, a mio parere, questo: cinquant’anni fa alle scuole elementari, medie e superiori di molti paesi della Sardegna tutti (meno uno o due) i bambini e i ragazzi parlavano in sardo. Oggi, anno domini 2022, se un insegnante chiede: “chi di voi parla in sardo in famiglia?” Le mani che si alzano si possono contare, chiedo venia per l’ignobile gioco di parole, sulle dita di una mano. Quelli che oggi si scandalizzano per tanto clamore e urlano al vento: “anche io con mia madre parlo in sardo” dovrebbero, semplicemente, guardarsi attorno e complimentarsi con questo ragazzo. Si badi bene: non perché ha vinto Sanremo, ma per avere detto, nel Festival della canzone di quell’Italia una e indivisibile: “Ja ti la credias crasa”. Non è una rivoluzione, certo, ma in un’isola dove si parla sempre meno la lingua succhiata dal seno materno, è certamente una variazione alle troppe genuflessioni che merita considerazione e una riflessione rispettosa. Che poi, a pensarci bene, non è solo un rispetto che dobbiamo a questo ragazzo e alla madre, ma anche a noi stessi.
(*) insegnante, scrittore
(*) insegnante, scrittore
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