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Nuoro

Morte in corsia: imputati chiedono il rito abbreviato

di Kety Sanna
Morte in corsia: imputati chiedono il rito abbreviato

Giovane nuorese morì dopo il ricovero, probabilmente per una ischemia A processo il medico del Pronto soccorso e l’operatore della centrale del 118

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NUORO. Rinviati a giudizio per omicidio colposo, Teresa Orani medico del Pronto soccorso (difesa dall’avvocato Lorenzo Soro), e Sandro Arminu, operatore della centrale del 118 (difeso dall’avvocato Sebastiano Chironi), hanno chiesto al gup, Giacomo Ferrando, di essere giudicati con rito abbreviato, con l’integrazione della trascrizione di alcune registrazioni telefoniche. La vicenda processuale legata alla morte della giovane nuorese Francesca Debuggias, deceduta il 19 luglio del 2017 probabilmente per una ischemia, entrerà nel vivo il prossimo 17 marzo.

Una vicenda complessa, scandita da tre richieste di archiviazione da parte del pubblico ministero Giorgio Bocciarelli, da altrettante opposizioni da parte dei difensori di parte civile (gli avvocati Francesco Carboni e Alessandro Tuvoni), e da tre perizie “discordanti”, assunte in sede di incidente probatorio. Se per l’anatomopatologo Vindice Mingioni, incaricato dal gip di verificare eventuali omissioni e negligenze da parte dei due indagati, «si era trattato di un evento eccezionale e imprevedibile che avrebbe comunque portato al decesso della paziente, arrivata in ospedale in tempi brevi e accettabili», per i familiari, invece, l’evento tragico della ragazza era da imputarsi a una ritardata diagnosi e alle successive cure a cui era stata sottoposta la paziente che, all’arrivo dei primi soccorsi, aveva lo sguardo deviato verso destra. A rafforzare le loro convinzioni, il contenuto della relazione depositata dal consulente di parte, Aldo Ferrara, specialista in Malattie respiratorie e docente dell’Università di Siena, secondo il quale quella notte, presumibilmente, c’era stata una diagnosi preconcetta che non aveva seguito la normale scienza di esperienza, che avrebbe dovuto improntare il comportamento delle persone intervenute, a una cosiddetta diagnosi differenziale. La sintomatologia della paziente – secondo Ferrara – doveva far paventare immediatamente una patologia vascolare. Per la Debuggias, invece, in base ai dati anamnestici raccolti in fase di triage, anche in relazione all’uso di cannabis, era stata fatta una diagnosi affrettata. La giovane era stata sì sottoposta ad accertamenti quando, però, era ormai tardi». Contrario a questa tesi, il consulente nominato dalla difesa. Secondo Salvatore Lorenzoni (responsabile della struttura complessa di medicina legale dell’Asl n. 1 di Sassari), infatti, quella notte il percorso ospedaliero della paziente, giunta al pronto soccorso con un quadro clinico subdolo, era stato segnato da una tempistica e attività medica corrette secondo le linee guida dei protocolli. Dopo la conclusione dell’incidente probatorio, gli atti erano tornati alla Procura che, per la terza volta, aveva chiesto l’archiviazione del caso. Il gip, però, aveva rigettato la richiesta e, ritenendo fossero «emersi elementi di chiara imperizia avente penale rilevanza sia nella condotta del centralinista Arminu, sia in quella del medico del Pronto soccorso, Orani, ciascuno per le proprie specifiche competenze, meritevoli di un ulteriore profondo vaglio dibattimentale», aveva imposto al pm di formulare l’imputazione coatta. A quel punto la Procura si è trovata a formulare le accuse nei confronti del medico del Pronto soccorso, che prese in carico la paziente, e dell’operatore del 118 che le assegnò un “codice verde” per l’accesso in ospedale. Per entrambi l’accusa è di omicidio colposo. Ieri due sorelle di Francesca Debuggias, Graziella e Tora, si sono costituite parte civile, mentre gli altri familiari hanno rifiutato l’abbreviato. «Per 5 anni abbiamo combattuto una grande battaglia. Lo faremo ancora: vogliamo solo venga fatta giustizia» hanno detto alla fine dell’udienza .

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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