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Nuoro

Silanus, parla la madre dell'ucciso: «Luca voleva andare via»

Simonetta Selloni
Silanus, parla la madre dell'ucciso: «Luca voleva andare via»

La madre di Virde ha deciso che uno dei tanti mazzi di fiori portati al funerale venisse posato davanti alla tomba del giovane ucciso dieci anni fa proprio da suo figlio

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«Mettete un mazzo di fiori ad Antonello, lui è il primo che deve avere i fiori di Luca». Peppina Cossu, la madre di Luca Virde, non ha avuto tentennamenti. È bastato uno sguardo scambiato con la sorella Vanna; giovedì mattina, al termine del funerale di Luca, vittima di un omicidio lunedì notte a Nuoro, ha deciso che uno dei tanti mazzi di fiori portati per il figlio venisse posato davanti alla tomba del giovane ucciso dieci anni da Luca Virde.

«Non me l'aspettavo». Il cuore davanti ai gesti. Oltre le parole, oltre il dolore. Peppina Cossu ha occhi umidi e voce ferma. Ha lavorato vent'anni alla mensa dell'Enichem, nel 2000 è rimasta vedova. Da sola ha cresciuto due figli, Luca e Matteo. Instancabile. Nella sala con il caminetto di via Podgora, questa madre addolorata negli ultimi giorni ha accolto centinaia di silanesi. «La morte di Luca? Non me l'aspettavo, davvero. Ci siamo sentiti lunedì sera, mi ha detto "Mà, ite ses fachinde, mamma, cosa stai facendo? Gli ho detto: e cosa vuoi che stia facendo, sono davanti al caminetto. Abbiamo parlato del più e del meno e poi mi ha detto: "Tranquilla mà, ora ti lascio, devo andare". È stata l'ultima volta che ho parlato con mio figlio».

L'apertura. Nel soggiorno di casa Virde-Cossu c'è tanta luce, in una giornata quasi primaverile dopo quella piovosa e triste che ha fatto da sfondo al funerale dell'operaio. La tristezza di Peppina Cossu ha la stessa cifra della dignità mostrata da chi, in un momento di dolore assoluto "che nessuno può capire, se non chi lo ha provato", come ha detto nell'omelia funebre padre Vito Lombardi, accetta di aprire alla Nuova Sardegna la sua casa e soprattutto i suoi ricordi. Un atteggiamento che si pone sul solco di quanto Peppina Cossu fece dieci anni fa. Dopo il delitto Arca, Luca Virde era scappato. La madre gli aveva fatto un appello pubblico: «Figlio mio, costituisciti».

Zia Vanna. Alla parete c'è una bella foto di Luca a cavallo: «Una sua passione, gli sono sempre piaciuti i cavalli», dice la mamma. Seduta vicino a lei la sorella Vanna: per Luca una sorta di mamma "di complemento", presenza costante accanto alla signora Peppina e al nipote. Ancora di più dopo un impegnativo intervento chirurgico affrontato da Peppina, zia Vanna l'ha affiancata a sostegno del percorso che Luca aveva intrapreso, dopo l'omicidio di Antonello Arca. Nell'ultimo periodo è stata lei a tenere i contatti con l'istitutrice e l'assistente sociale. «Finché è stato in carcere non siamo mai mancate ai colloqui. Lui diceva: non preoccupatevi se non potete venire, ma noi sapevamo che era importante la nostra presenza».

«Qui non torno». Racconta, Peppina. «Luca era da alcuni mesi in semilibertà. Non poteva tornare a Silanus, ma soprattutto non voleva. Non voleva urtare la sensibilità della famiglia di Antonello», dice. E aggiunge: «Sperava di poter andare via da qui, ma anche dalla Sardegna. Avvertiva la necessità di allontanarsi da certi ambienti». Ma intanto era legato ai vincoli della sua condizione.

La casa di Nuoro. «Avamo deciso di prendere in affitto una casa a Nuoro. Lì rientrava ogni sera», secondo le prescrizioni del giudice di sorveglianza. «E quindi andavo io a trovarlo, certo ora con la pandemia potevamo vederci meno anche perché lui lavorava». Un appartamento che Luca teneva in scrupoloso ordine. «Lui è sempre stato attento, non mi permetteva di fare nulla, se per caso cercavo di lavare i piatti mi diceva: lascia stare, ci penso io. La stessa cosa ci ha detto il sacerdote della chiesa di Nuoro dove faceva il volontario (don Roberto della parrocchia Beata Maria Gabriella ndr): "da quando c'è Luca è tutto pulito e ordinato"».

«Tornerò al mio lavoro». Il ritorno alla quasi-normalità per Luca Virde era indissolubilmente legato al lavoro. «A Villagrande, nel salumificio Forma, azienda con la quale aveva sempre lavorato, per 14 anni» dice Peppina. Luca si era adattato a fare quello che poteva. «Era entrato al lavoro da ragazzino. Poi faceva l'autista, portava la carne nelle macellerie dei paesi». La prospettiva di un ritorno all'occupazione iniziale, ossia la guida dei camion per la distribuzione della carne, non era in effetti così lontana: ancora un anno e il percorso di reinserimento gli avrebbe permesso di essere affidato al datore di lavoro. A Villagrande lavorava assieme al cugino, figlio di Vanna: «Non potevano stare nella stessa macchina, avevano orari diversi anche se il posto di lavoro era lo stesso. Si organizzavano per portare il pranzo: anche lunedì sera, alle 9, Luca ha telefonato a mio figlio. Si dovevano mettere d'accordo per il giorno dopo». Poi, tutto è finito.

Una vita normale. «Come era Luca? Uno che si divertiva a prendere in giro, con le battute, molto scherzoso. Gli piacevano i cavalli, le feste, il canto a tenore. Era un ragazzo come tanti, quando era libero dal lavoro gli piaceva fare tardi la mattina a letto, perché doveva alzarsi ogni giorno alle 4 per arrivare nei paesi con la carne. Si divertiva così. Prima del fatto».

«Non lo abbiamo mai giustificato». Il fatto è l'omicidio di Antonello Arca, il 15 luglio 2012. «Una cosa gravissima, terribile. Non lo abbiamo mai giustificato né difeso», le parole di Peppina Cossu sono scandite chiaramente. «E non lo abbiamo nemmeno abbandonato. Certo che ne abbiamo parlato. Provava rimorso. E la consapevolezza che anche la sua vita era rovinata. Aveva un lavoro, una compagna. È bastato un attimo per distruggere tutto. Da allora i suoi occhi erano cambiati».

L'insegnante del carcere. Che Luca Virde avesse cambiato vita è testimoniato dalle parole di chi, sacerdoti, educatori, in questi anni lo ha accompagnato nel percorso di riabilitazione, iniziato già in carcere. Spiega la madre: «Luca non aveva voglia di studiare, da sempre ha preferito lavorare. Inizialmente in campagna, poi dai Forma come stagionale fino a quando è stato assunto. La licenza di terza media l'ha presa in carcere». Al suo funerale, giovedì a Silanus, è arrivata anche l'insegnante che ne aveva seguito la preparazione. «Ci ha detto di aver un bellissimo ricordo di Luca, di aver conservato le sue lettere».

Il peso del passato. Ci sono però ostacoli difficili da superare. «Se ci siano più stati contatti tra noi e la famiglia Arca? No. Se ci incrociamo però ci salutiamo, questo sì». Forse Luca Virde avvertiva tutto il peso del passato, quando alla madre e ai familiari aveva chiaramente detto di non voler tornare a Silanus. Di pensare di ricostruire la sua vita, una volta tornato un uomo libero, lontano dal paese. Anche se erano tantissimi i suoi compaesani che hanno partecipato al funerale. E le attività hanno abbassato le serrande durante la messa, in segno di rispetto.

«Nessuna paura». L'immagine restituita da chi gli è stato vicino è a senso unico: quella di un uomo che cercava di frapporre tra il suo passato problematico e il presente mattoni di speranza, operosità, disponibilità verso gli altri. Le fucilate che ne hanno interrotto il percorso sembrano, in questo quadro, un amarissimo controsenso. Dice ancora Peppina Cossu: «Luca non aveva paura, non aveva alcun comportamento che facesse intendere questo. Faceva ogni giorno le stesse cose, gli stessi percorsi. Non ho mai avvertito la sensazione che temesse per la sua vita». Elaborava progetti, proiettato a "quando tutto questo pasticcio sarà finito".

Il dolore, la dignità. «Non me l'aspettavo». C'è una vena di stupore, nel dolore composto di Peppina Cossu. E anche dignità. La dignità della madre dell'ucciso.  (ha collaborato Tore Cossu)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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