In scena dopo due anni di silenzio
di Alessandro Mele
Bocheteatro riparte con la rassegna per bambini “Teatro anch’io”. Corimbi: «È cambiato tutto»
3 MINUTI DI LETTURA
NUORO. Dopo due anni orribili per il mondo teatrale, segnati da sale chiuse e dalla cancellazione degli spettacoli a causa della pandemia di Covid, Bocheteatro respira aria nuova grazie alla 18ª edizione della rassegna “Teatro anch’io”. Sotto la direzione artistica di Monica Corimbi, giunge oggi, a partire dalle 16:45 (in via Trieste n° 48) con lo spettacolo “Scappano le fiabe” della Bottega dei teatranti, al terzo appuntamento di un ricco calendario che si protrarrà fino ad aprile. «Una rassegna di teatro per bambini che resiste – commenta Corimbi – ma che ha subìto un contraccolpo nella sezione dedicata ai ragazzi. La rassegna teatrale per le scuole è stata, infatti, annullata per due anni di seguito e anche quest’anno non c’è stata alcuna adesione da parte delle scuole cittadine».
Gli strascichi che derivano da due anni di chiusure si sentiranno ancora per molto tempo: «Abbiamo messo in atto strategie per cercare di resistere. Non è stata resilienza, occorreva inventarsi un’altra normalità. Raccontare cosa è stato per me riaprire il teatro chiuso è impresa ardua, è cambiato tutto – spiega la regista e attrice –. A partire dal modo di fare teatro, il modo di abitare lo spazio, il rapporto con gli spettatori, la scelta dei titoli degli spettacoli proposti, in particolare quelli rivolti ai bambini e agli adolescenti». Poi una brutta verità legata al rapporto tra il talento e i conti: «Pur nella difficoltà e nell’incertezza, ho avuto modo di pensare al nostro mestiere con più lucidità. Il tempo sospeso, la lontananza e la distanza col pubblico, la difficoltà a far quadrare i conti ci dicono di che stoffa è fatto il nostro talento». Una pandemia che ha tolto la fiducia nell’animo dello spettatore: «In 34 anni di attività Bocheteatro ha formato un pubblico colto e attento – commenta Monica Corimbi – una comunità inclusiva. Questa, ha lavorato insieme per anni e ha trovato un luogo per riconoscersi e ritrovarsi. Purtroppo però, negli ultimi due anni, il numero degli spettatori è drasticamente diminuito. Molti spettatori hanno perso l’abitudine a frequentare il teatro, per paura, molte volte per pigrizia». Teatro, primo settore a chiudere e ultimo a riaprire. Tante le difficoltà in un ambito lavorativo spesso relegato a semplice passatempo: «Chi non appartiene al nostro settore fa fatica a comprendere perché i lavoratori dello spettacolo dal vivo siano così tanto arrabbiati. Lo spettacolo dal vivo è un settore produttivo come gli altri. L’aspetto economico – prosegue l’attrice – è strettamente connesso con quello sociale e culturale. Non faremo i numeri che facevamo prima, ma intanto il nostro è e sarà un presidio di resistenza, ma fino a quando?».
Il contributo pubblico nell’arte è fondamentale: «Perché è vero che possiamo continuare a sopravvivere, facendo i nostri progetti e vendendoli dove possibile, ma in questo modo non c’è crescita. Si ha bisogno di un contributo che permetta agli artisti di mettersi insieme e di allargare i progetti. Abbiamo bisogno – conclude Corimbi – di un dialogo con tutte le realtà, dal Ministero alla Regione fino ai Comuni. Altrimenti è una battaglia persa. L’orizzonte su cui muoversi rimane relegato a delle capacità finanziarie e umane che sono troppo limitate».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Gli strascichi che derivano da due anni di chiusure si sentiranno ancora per molto tempo: «Abbiamo messo in atto strategie per cercare di resistere. Non è stata resilienza, occorreva inventarsi un’altra normalità. Raccontare cosa è stato per me riaprire il teatro chiuso è impresa ardua, è cambiato tutto – spiega la regista e attrice –. A partire dal modo di fare teatro, il modo di abitare lo spazio, il rapporto con gli spettatori, la scelta dei titoli degli spettacoli proposti, in particolare quelli rivolti ai bambini e agli adolescenti». Poi una brutta verità legata al rapporto tra il talento e i conti: «Pur nella difficoltà e nell’incertezza, ho avuto modo di pensare al nostro mestiere con più lucidità. Il tempo sospeso, la lontananza e la distanza col pubblico, la difficoltà a far quadrare i conti ci dicono di che stoffa è fatto il nostro talento». Una pandemia che ha tolto la fiducia nell’animo dello spettatore: «In 34 anni di attività Bocheteatro ha formato un pubblico colto e attento – commenta Monica Corimbi – una comunità inclusiva. Questa, ha lavorato insieme per anni e ha trovato un luogo per riconoscersi e ritrovarsi. Purtroppo però, negli ultimi due anni, il numero degli spettatori è drasticamente diminuito. Molti spettatori hanno perso l’abitudine a frequentare il teatro, per paura, molte volte per pigrizia». Teatro, primo settore a chiudere e ultimo a riaprire. Tante le difficoltà in un ambito lavorativo spesso relegato a semplice passatempo: «Chi non appartiene al nostro settore fa fatica a comprendere perché i lavoratori dello spettacolo dal vivo siano così tanto arrabbiati. Lo spettacolo dal vivo è un settore produttivo come gli altri. L’aspetto economico – prosegue l’attrice – è strettamente connesso con quello sociale e culturale. Non faremo i numeri che facevamo prima, ma intanto il nostro è e sarà un presidio di resistenza, ma fino a quando?».
Il contributo pubblico nell’arte è fondamentale: «Perché è vero che possiamo continuare a sopravvivere, facendo i nostri progetti e vendendoli dove possibile, ma in questo modo non c’è crescita. Si ha bisogno di un contributo che permetta agli artisti di mettersi insieme e di allargare i progetti. Abbiamo bisogno – conclude Corimbi – di un dialogo con tutte le realtà, dal Ministero alla Regione fino ai Comuni. Altrimenti è una battaglia persa. L’orizzonte su cui muoversi rimane relegato a delle capacità finanziarie e umane che sono troppo limitate».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
