«Mio padre ne parlava sempre con i giovani»
Dalle lettere alla famiglia agli incontri con le scolaresche, fino alla cerimonia con il prefetto Rotondi
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LODÈ. «Mio padre era sempre disponibile a parlare della sua drammatica esperienza, sia come soldato sia come deportato. È stato invitato diverse volte dai docenti della scuola media di Lodè ad incontrare gli studenti e lui accettava volentieri». È con queste parole che Francesco Serra ha ricordato suo padre Salvatore il 27 gennaio scorso, “Giorno della memoria”. Per l’occasione, il prefetto Luca Rotondi ha consegnato ai familiari dell’internato, nella sala consiliare del Comune di Nuoro, la medaglia d’onore alla memoria conferita dalla Presidenza del consiglio dei ministri. Oltre che a Salvatore Serra, il riconoscimento è arrivato anche per altri cinque soldati come lui, tutti del Nuorese: Onofrio Dettori, Giovanni Manca, Francesco Maxia, Giovanni Paba e Saverio Simoncini. Deportati e internati nei lager nazisti o destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra nel secondo conflitto mondiale. «Una cerimonia davvero emozionante, indescrivibile a parole» sottolinea Giovanni Canu, assessore all’Ambiente e al territorio, presente il giorno a Nuoro in qualità di rappresentante del Comune di Lodè. «La cerimonia di consegna della medaglia d’onore alla memoria è stata a dir poco commovente, perciò ringrazio sia il prefetto Luca Rotondi per la sua grande sensibilità sia il sindaco di Nuoro Andrea Soddu per la generosa ospitalità». «È importante raccontare storie come quella di tziu Salvatoreddu – aggiunge Canu –, portarle nelle scuole, affinché le nuove generazioni sappiano quanto è successo». «Sembrava che mio padre – riprende fiato Francesco Serra – avesse la necessità e il dovere di raccontare la sua esperienza anche per far riflettere i giovani sull’assurdità, la drammaticità e l’inutilità della guerra».
Quello che emergeva dai suoi racconti sulla vita nei campi di lavoro era la spietatezza dei nazisti, il pericolo costante di morire da un momento all’altro e la mancanza di rispetto verso i prigionieri di guerra che, in base alle convenzioni internazionali, avrebbero avuto diritto a un diverso trattamento. «Lui ricordava in particolare la notte di Natale del 1944 quando è stato costretto a lavorare con la febbre alta, a quaranta, sotto la pioggia. L’altro aspetto che lui sottolineava sempre nei suoi racconti – va avanti il figlio Francesco – era la mancanza di cibo, la fame cronica e lo stato di denutrizione e di sfinimento in cui versavano i prigionieri. Raccontava che rischiavano la vita per raccogliere bucce di patate buttate nella spazzatura. In diverse occasioni ha scritto alla famiglia pregando di spedirgli un pacco con viveri, tramite la Croce rossa. Suo padre, in una lettera datata 9 luglio 1944, rispose dolorosamente: “Carissimo figlio... per i pacchi non se ne può spedire no ne accettano alle poste. Se per noi te lo manderemo di tutto cuore anche 10 di pacchi”». (luciano piras)
Quello che emergeva dai suoi racconti sulla vita nei campi di lavoro era la spietatezza dei nazisti, il pericolo costante di morire da un momento all’altro e la mancanza di rispetto verso i prigionieri di guerra che, in base alle convenzioni internazionali, avrebbero avuto diritto a un diverso trattamento. «Lui ricordava in particolare la notte di Natale del 1944 quando è stato costretto a lavorare con la febbre alta, a quaranta, sotto la pioggia. L’altro aspetto che lui sottolineava sempre nei suoi racconti – va avanti il figlio Francesco – era la mancanza di cibo, la fame cronica e lo stato di denutrizione e di sfinimento in cui versavano i prigionieri. Raccontava che rischiavano la vita per raccogliere bucce di patate buttate nella spazzatura. In diverse occasioni ha scritto alla famiglia pregando di spedirgli un pacco con viveri, tramite la Croce rossa. Suo padre, in una lettera datata 9 luglio 1944, rispose dolorosamente: “Carissimo figlio... per i pacchi non se ne può spedire no ne accettano alle poste. Se per noi te lo manderemo di tutto cuore anche 10 di pacchi”». (luciano piras)
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