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Nuoro

Riabilitazione negata, a Tortolì l’odissea di un paziente

Lamberto Cugudda
Riabilitazione negata, a Tortolì l’odissea di un paziente

La moglie di Paolo Brughitta, immobilizzato da mesi, si batte perché riceva le cure necessarie

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TORTOLÌ. «Se qui in Sardegna non possono accudirlo, nell’immediato, in centri riabilitativi, vorrei venisse spostato in un centro di altissimo livello di Roma dove oltre che neurologi ci sono anche scienziati (il Santa Lucia, ndr). Vorrei il meglio, devo restituire la vita a lui e alle nostre bambine, è giovane e forte, ha dimostrato di lottare per tutti noi. Vi prego datemi una mano affinché tutto questo possa avere una svolta, affinché gli venga data la possibilità di recuperare. Rivogliamo il diritto alla cura che ci spetta e ci serve subito. Non possiamo più aspettare».

A lanciare l’appello è Elisabetta Piras, 32 anni, di Tortolì, moglie di Paolo Brughitta, 38 anni, che il 12 ottobre 2021 è rimasto vittima di un pauroso incidente stradale. La donna ha scritto anche all’assessore regionale alla Sanità, «ma mi ha risposto che Paolo non è in pericolo di vita e la struttura sarda che ci indicano va bene». Brughitta, trasportato con l’elisoccorso a Sassari era stato operato per politrauma cranico grave ed emorragia celebrale. «In seguito all’incidente era in coma – prosegue – ed è stato tenuto in questo stato anche per via farmacologica. La situazione sembrava irreparabile e disperata. Dopo qualche giorno nello stesso ospedale nel reparto di Terapia intensiva ha aperto finalmente gli occhi e ha iniziato a piccoli passi a essere sempre più cosciente, rispondendo agli stimoli del dolore e seguendo con gli sguardi».

Dopo un mese era stato trasferito nel reparto di Rianimazione di Lanusei per riavvicinarlo a casa, in attesa ci fosse un posto disponibile in qualche centro di riabilitazione. Dopo circa 90 giorni c’era stato il trasferimento al San Martino di Oristano. Elisabetta Piras elogia sia quanti vi operano sia la struttura. Quindi viene messo in lista per ritornare a Sassari e fare un ultimo intervento di cranioplastica.

«Nel frattempo – prosegue la donna – Paolo va avanti, sta seduto in carrozzina, svolge buone terapie di verticalizzazione. Riesce a mettere le scarpe da solo, a versarsi l’acqua dalla bottiglia. Tutte piccole cose che fanno sperare in una precoce ripresa. Il tempo in questi pazienti è oro, prima si interviene e meglio è. Finalmente chiamano da Sassari per l’intervento e viene trasferito: si parla di una degenza di 8-10 giorni tra intervento e controllo post operatorio Ma così non è: a causa delle urgenze non può essere operato subito e quindi aspetta 4-5 giorni prima di essere messo in lista in sala operatoria». E ancora: «Ma il destino ci gioca un altro sgambetto: mio marito si becca il Covid. Viene operato comunque ma la degenza (in un reparto Covid) si prolunga fino al tampone negativo». Resta positivo 14 giorni. Ma quando dovrebbe ritrasferirsi al San Martino, è lo stesso centro riabilitativo a non poterlo più ricevere perché il Covid è purtroppo arrivato fin lì e i ricoveri sono bloccati. Come dettomi ogni due giorni chiamo per sapere se ci sono novità sulla riapertura. Sono passati 40 giorni da quando mio marito è a Sassari e non può ricevere terapie riabilitative intensive e mirate perché l’ospedale non le prevede. Giusto un po’ di terapia di base».

Elisabetta Piras conclude: «Paolo ha 38 anni e ha due bimbe bellissime a casa che non vedono l’ora di riabbracciare il loro papà. Abbiamo sempre creduto in una ripresa grandiosa da parte sua, ma più il tempo passa senza riabilitazione e più perdiamo le speranze».

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