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Luci e lati oscuri: la Chiesa si interroga sull’informazione

Paolo Merlini

	Il confronto tra il giornalista Massimo Franco, il presidente della Cei Matteo Zuppi e il vescovo di Nuoro e Ogliastra Antonello Mura
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Il confronto tra il giornalista Massimo Franco, il presidente della Cei Matteo Zuppi e il vescovo di Nuoro e Ogliastra Antonello Mura

L’apertura della pastorale del turismo

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Inviato ad Arbatax Qual è il confine tra informazione e disinformazione? Che strumenti ha la chiesa del terzo millennio per non cadere, a sua volta, nei meccanismi di autoreferenzialità e propaganda che tanto condanna almeno in linea di principio? Di questo, e tanto altro, si è discusso ieri all’anfiteatro della Caritas nel primo appuntamento della Pastorale del turismo. Sul palco, due uomini di chiesa di alto profilo e dal linguaggio franco e moderno, il vescovo di Nuoro-Ogliastra Antonello Mura e il presidente della Cei, la conferenza episcopale italiana, il cardinale Matteo Zuppi, che è anche vescovo di Bologna.

A dialogare con loro uno dei maggiori notisti politici italiani, Massimo Franco del Corriere della sera. Il ruolo del giornalista però inizialmente spetta a Mura, che non fa sconti ai due correlatori: anzitutto, diteci con franchezza chi siete. Franco si definisce un giornalista controcorrente in un’era in cui la propaganda si sostituisce all’informazione. Un mondo della comunicazione in cui, anche qui, uno vale uno.

«Sembra che la mediazione giornalistica sia diventata superflua – dice il giornalista – sostituita da un proletariato digitale che vive di autoreferenzialità». È la logica dell’apparenza, sottolinea il vescovo Mura, ma riguarda anche la Chiesa. Risponde Zuppi, che conquista il pubblico sin dalle prime battute, anche per le origini romane di cui è evidentemente orgoglioso. «È da qualche mese che sono diventato oggetto di comunicazione a mia volta – dice, riferendosi alla nomina di appena due mesi fa alla Cei –, e mi rendo conto che anche la chiesa ha problemi di audience. E che abbiamo difficoltà a comunicare, a parlare nella consapevolezza di essere compresi. Certo non parliamo più in latino, e in quella lingua che io chiamo ecclesialese. Però papa Francesco ci sta insegnando a comunicare in un nuovo modo, più diretto».

Ancora Mura: «C’è sempre maggiore difficoltà a capirsi, nonostante l’istantaneità dell’informazione. Vedo un rumore di fondo nella società che non lascia spazio alla riflessione. È una comunicazione fracassona». Massimo Franco tira acqua al suo mulino di giornalista e sottolinea la differenza tra informazione e comunicazione. La prima offre, da un osservatorio privilegiato, come dire autenticato, strumenti per capire la realtà; la seconda è sempre più spesso un trionfo dell’autoreferenzialità, un «profluvio digitale».

Ma che il mestiere di giornalista attraversi una profonda crisi nell’era di internet è chiaro a tutti e allo stesso Franco, quando ammette la necessità da parte della categoria di scegliere a chi dare voce e a chi no, sostanzialmente: no vax, filoputiniani e via via sino ai terrapiattisti. Il dibattito potrebbe proseguire all’infinito, ma arrivano in soccorso l’umorismo e la leggerezza di Matteo Zuppi, che si definisce comunque un analfabeta digitale che sa giusto usare whatsapp: «Mi viene in mente una battuta sentita da poco a Roma su un noto politico: sta sempre al telefono, ma non parla con nessuno».

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