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Calamità naturali

Bosa, pescatori sul piede di guerra: «Per noi non ci sono indennizzi»

di Alessandro Farina
Bosa, pescatori sul piede di guerra: «Per noi non ci sono indennizzi»

La categoria messa in ginocchio dall’ultima alluvione: «Siamo allo stremo»

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Bosa Dopo l’ultima alluvione di novembre, con danni ancora da verificare, i pescatori hanno tutta l’aria di essere arrivati inesorabilmente allo stremo. Chilometri di reti e attrezzature perse o danneggiate, dalla furia del fiume; il Temo ancora da dragare; il punto di sbarco del pesce mai decollato; una stagione, fatto salvo il periodo di prelievo dell’aragosta, con solo spese e nessun aiuto, per sei mesi l'anno; la concorrenza sleale della pesca illegale; la battaglia, senza difesa e nessun indennizzo, con i delfini; regole ancora da definire, il fronte interno, per autolimitare il depauperamento di un golfo un tempo ricco e pescoso. Questi alcuni dei temi toccati dai rappresentanti delle tre cooperative locali. A Bosa quello della pesca professionale è un mondo che opera in una situazione peculiare, con risposte che altre marinerie, in altri porti, hanno visto risolte. Senza un Piano fluviale i natanti dei professionisti gareggiano con i tanti che ormeggiano per il diporto in ogni dove, fra il fluviale centro urbano e la foce.

«Barche, spesso abbandonate diventano un pericolo quando il fiume si gonfia – dicono –. Grazie ai fondi del Flag Nord Sardegna è stata realizzata la struttura all’ingresso di Bosa Marina, nata per diventare punto di sbarco del pesce. Avevamo chiesto dei box per il ricovero di reti e attrezzature, sono arrivati invece i relitti rimossi dallo scalo di alaggio del ponte vecchio, mentre noi siamo costretti a lasciare tutto all'aperto nel molo fluviale del Lungotemo».

Materiale che la furia del fiume ha rovinato o trascinato in acqua. «Abbiamo ripulito tutto noi dal fango, recuperato le reti e le barche danneggiate. Nessuno ci ha dato una mano. Si pensa ai danni alle campagne, a noi non ci ha convocato nessuno» lamentano. Altro problema storico quello degli assalti dei delfini che predano il pesce intrappolato nelle reti lasciando danni irreparabili quando possiamo uscire a mare – il tema condiviso con altre marinerie –. La Regione conosce bene la situazione ma per noi non ci sono indennizzi. È più di un decennio che aspettiamo il dragaggio». La richiesta è organizzare un tavolo di confronto con le istituzioni che dia risposte concrete. In tempi brevi, se si vuole veramente salvare quel poco che resta di una delle marinerie professionali storiche della Sardegna.
 

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