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Nuoro

Tribunale

Cannone nel giardino del bar a San Teodoro: viene assolta dopo otto anni

di Alessandro Mele
Cannone nel giardino del bar a San Teodoro: viene assolta dopo otto anni

La 47enne titolare del locale era sotto processo perché accusata di custodire illecitamente un antico bene di Stato

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Nuoro Assolta perchè il fatto non sussiste. Si chiude nel migliore dei modi per l’imputata, l’annosa vicenda di Sara Mossa, la 47enne titolare di un bar di San Teodoro, in località Terrapadedda, che era finita a processo con l’accusa di essersi impossessata illecitamente di un antico cannone da guerra probabilmente risalente al XVII secolo e dunque di un bene culturale appartenente allo Stato, senza averne denunciato il ritrovamento alle autorità competenti.

«Abbiamo dovuto attendere otto anni prima di dimostrare la totale estraneità della signora rispetto ai reati dei quali era accusata – commenta l’avvocato difensore di Sara Mossa, Giuseppe Mocci dopo la sentenza pronunciata nella mattinata di ieri, dal tribunale di Nuoro, (giudice monocratico Giuseppe Carta) –. Non c’era alcuna prova di dolo a suo carico, dunque il fatto è stato archiviato come auspicavamo». Quel vecchio cannone per imbarcazioni da guerra, era costato, alla titolare del bar di San Teodoro, la contestazione dei reati previsti dagli articoli 175 e 176 del Codice dei beni culturali e del paesaggio. Secondo l’accusa, infatti, a seguito di ricerche archeologiche o di attività finalizzate al ritrovamento di reperti di interesse culturale, aveva omesso di denunciare la presenza di un antico cannone nel suo giardino.

Con la sentenza di ieri mattina, si è dunque conclusa una vicenda giudiziaria lunghissima, con un procedimento iniziato il 1 marzo 2016 davanti al tribunale di Tempio e poi trasferito a Nuoro per competenza territoriale: «Un lasso di tempo lunghissimo – commenta ancora l’avvocato Giuseppe Mocci – durante il quale si sono tenute ben nove udienze tra i due tribunali».

Eppure secondo la tesi della difesa la vicenda doveva essere già chiarita e conclusa da tempo. Ad avvalorare la tesi erano stati alcuni documenti: «Era agli atti che già nel 2012 – spiega il legale sul tema –, il primo titolare del bar Ichnos avesse comunicato alla Soprintendenza la presenza del reperto archeologico in quell’area. Un’azione, questa, reiterata anche dal marito della mia assistita nel ormai lontano 2014. La presenza di quel reperto, in questa seconda occasione, era stata segnalata all’arma dei carabinieri e alla Soprintendenza dei beni archeologici di Sassari, con la speranza che qualcuno andasse a prenderlo. Nessuno però si era presentato».

La vicenda giudiziaria era stata anche rallentata da alcune questioni burocratiche che avevano fatto saltare alcune udienze. Fatto capitato anche lo scorso marzo, quando era prevista l’audizione degli ultimi due testimoni, prima della chiusura dell’istruttoria dibattimentale. A causa di un difetto di notifica, però, i due testi non si erano presentati, perciò l’udienza era stata rinviata.


 

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