Da Lodè a via Margutta passando per Rieti, 60enne all’esordio nel mondo della pittura
Mario Farris espone a Roma “Plus jamais, plus jamais!” per non dimenticare l’Olocausto
Lodè Dal rione Sa Purissima al rione Campo Marzio, dalla casa di famiglia nel centro storico di Lodè, alla famosa “strada degli artisti” nel cuore di Roma, la città eterna. Mario Farris, classe 1962, non poteva scegliere di meglio per l’esordio pubblico nel mondo della pittura: via Margutta, la Montmartre romana. Dal 14 dicembre scorso e fino al prossimo 26 dicembre, infatti, una sua opera, “Plus jamais, plus jamais!”, sarà esposta nella prestigiosa Galleria Dantebus, al civico 38 della piccola via nel quartiere degli stranieri della Capitale. Mario Farris, de sos de Lanzoi, su izu de tziu Lussugliu e de tzia Pascallina de su Cossesu, è stato selezionato per una collettiva d’arte contemporanea che vede protagonisti trenta autori di varia estrazione e formazione (diversi sono sardi).
«La pittura è una passione che ho sempre avuto, l’ho coltivata nel tempo, prima con la tempera, poi con l’olio, ora uso l’acrilico» racconta Farris. Sposato, tre figli, vive a Rieti. Insegna francese in una scuola secondaria di primo grado, a Passo Corese, al confine con la Provincia di Roma. Calciatore quando giovanissimo giocava nel rettangolo di S’Abbatogliu e la tifoseria cantava «per battere il Lodè, ci vuol la Nazionale», scuole superiori all’Itc Oggiano di Siniscola, Mario Farris ha lasciato la Sardegna per approdare all’università di Urbino, dove si è laureato in Lingue e letterature straniere, inglese e francese.
«Ma l’arte è una passione che ho fin da piccolo – confessa –, tant’è che stavo per iscrivermi in Architettura».
La voglia di creare, insomma, è da sempre annidata nel profondo di questo sessantenne “esordiente”. Pronto a mettersi in gioco partendo da via Margutta, con il suo “Plus jamais, plus jamais!” che ha già attirato le attenzioni di critica e pubblico. Opera materica, con il filo spinato a ricordare Auschwitz, il dramma degli ebrei, ma anche degli apolidi, dei rifugiati, degli immigrati, degli asociali, delle prostitute, degli zingari, degli omosessuali. «Un vero filo spinato costituisce l’opera, ricordando tristemente quello dei campi di concentramento – si legge in una nota della Galleria Dantesus Margutta –, ma che subito viene snaturato e infastidito dai colori variopinti e sgargianti che, come decorazioni e luci natalizie, pendono su di esso, in maniera avvolgente, sprezzante e spezzante. Nasce, quindi, un arcobaleno nel cuore di Auschwitz che travolge tutto e tutti di positività, mentre sorgono dagli abissi le voci di tanti protagonisti, come quella di Anna Frank e del suo motto: “Credo nel sole anche quando piove”. L’arte vuole la pace».
Mario Farris vuole la pace. Mario Farris da Lodè vuole riaccendere la speranza, nella memoria ma anche nel tempo odierno, che di speranze nuove ha tanto bisogno. I colori, primari o complementari che siano poco importa, hanno questa forza dirompente: riescono a prevalere persino dove è il dolore a trionfare, a lasciare le lacrime agli occhi. Riescono a dominare persino sulle spine di ferro che tentano di chiudere e imprigionare il cielo. Immenso e libero.
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