La Nuova Sardegna

Nuoro

Il caso

Operaio morto in una cava di Orosei, i periti: fu omicidio, non un incidente sul lavoro

di Valeria Gianoglio

	Il funerale di Antonello Mereu a Dorgali
Il funerale di Antonello Mereu a Dorgali

A processo per omicidio colposo ci sono il titolare della cava, il direttore dei lavori e il responsabile della sicurezza

28 marzo 2023
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Nuoro Quello di Antonello Mereu, un giovane di Dorgali trovato senza vita in una cava di Orosei il 13 marzo 2014, non fu un incidente sul lavoro. «Escludiamo categoricamente che sia stato un infortunio sul lavoro e che Antonello Mereu sia stato ferito dalla barra uncinata di un macchinario da lavoro della cava. È stata un’azione condotta da terzi volontariamente, è stato un omicidio. È probabile che uno o più soggetti lo tenessero fermo a terra e che siano stati inferti due colpi, uno dei quali andato a vuoto. L’altro no, invece, ed è stato decisivo: ha causato la lesione alla calotta cranica. Quale sia stato l’agente, secondo noi è un cacciavite, in base al tipo di lesione e al foro di ingresso. Non è stato un infortunio sul lavoro, è stato un omicidio». Così si è espressa stamattina Rita Celli, medico legale, docente universitaria di esperienza, consulente tecnico in diverse vicende giudiziarie, in tribunale a Nuoro in qualità di perito nominato dal giudice monocratico Alessandra Ponti al processo per la morte di Mereu, di cui sono imputati, per omicidio colposo, il capo della cava Antonio Monne di Orosei (nel frattempo deceduto), il titolare della ditta Giovanni Mele di Dorgali, il direttore dei lavori Ignazio Masala, e il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, Sergio Floris di Cagliari. Le parole della docente ed esperta sono suonate come uno schiaffo deciso alle indagini dell’epoca che, seppur tra alcuni dubbi iniziali, poi avevano imboccato la pista della morte in seguito a un infortunio sul lavoro. Mereu, stando alla ricostruzione di allora, poi approdata al processo,  era stato stato colpito da una verga, una barra uncinata che sembra venisse utilizzata in modo improprio per sveltire il lavoro e avvicinare i blocchi di marmo da intagliare. Stando all’accusa i quattro imputati, a vario titolo, non avevano fatto nulla per rilevare e segnalare la situazione di rischio. Ma le parole del perito nominato del giudice hanno disegnato uno scenario completamente diverso. Che fa a pugni anche con alcune testimonianze raccolte nel tempo, e altrettante deposizioni al processo per la morte del giovane dorgalese. «Si è trattato di un omicidio – ha ripetuto l’esperta – Mereu è stato attinto da uno strumento acuminato penetrato nella calotta cranica e che ha provocato una lesione.  Il soggetto è stato tenuto fermo a terra in posizione prona. La prima lesione lo ha attinto alla mandibola, provocandogli una escoriazione. Il secondo colpo invece lo ha attinto alla regione posteriore del capo con una notevole violenza. Ipoteticamente potrebbe essere stato utilizzato un cacciavite perché si tratta di lesioni nette. Potrebbe essere stato anche uno scalpello, ma è meno probabile. Escludiamo in ogni caso che si tratti di quell’asta metallica lunga quattro metri mobilizzata da un macchinario che si è supposto sia stata all’origine della lesione». Poco dopo, la docente di medicina legale lascia la parola al suo collega di perizia Stefano Ferrigno, ingegnere, che si colloca sulla sua stessa lunghezza d’onda, sulla base delle sue analisi delle carte e atti d’indagine. Il processo è stato rinviato al 25 maggio. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Basilio Brodu, Pasqualino Moi  e Gianfranco Mattana, il padre  di Antonello Mereu si è costituito parte civile attraverso l’avvocato Pietro Salis

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