La Nuova Sardegna

Nuoro

Tesori ambientali

Il Montalbo dal grano al trekking. «Presto tornerà anche il cervo»

di Luciano Piras

	Un esemplare di cervo sardo
Un esemplare di cervo sardo

L’omonimo coro di Siniscola raccoglie le testimonianze degli ultimi agricoltori. Esperti a confronto sulla storia e le prospettive del massiccio calcareo

09 ottobre 2023
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Inviato a Siniscola «Chiaro che oggi non è pensabile poter tornare a coltivare il grano sul Montalbo. È invece possibile utilizzare le piazzuole del monte per riprodurre le sementi sarde, questo sì, per poi destinarle ai campi veri e propri». È Maurizio Fadda, agronomo e insegnante, a suggerire nuove prospettive. Prima parla del grano nella storia e nella cultura della Sardegna («abbiamo 500 pani tradizionali tipici», sottolinea); poi auspica la sovranità alimentare («coltiviamo appena il 20% del grano che consumiamo», spiega). Soprattutto, davanti a una platea di scolaresche mischiate al folto pubblico, Fadda ribadisce una condotta che consiglia ormai da dieci anni a questa parte: «Dobbiamo abituarci a comprare paste e farine di grano sardo, così sosteniamo chi già lo coltiva e stimoliamo altri a farlo. È vero che oggi non conviene, ma piano piano, partendo dai consumatori, dobbiamo riprendere a coltivare il nostro grano. Le nuove generazioni possono farcela».

Parole che risuonano nell’ampio e suggestivo cortile interno della Casa del Parco, l’ex casa Carzedda-Tancale, in via Piemonte, centro storico di Siniscola.

È qui che il Coro Montalbo ha chiamato a raccolta esperti e cultori per un confronto-omaggio al massiccio calcareo che presta il nome al sodalizio fondato nel 2006 nel capoluogo della Baronia. Un’associazione culturale presieduta da Alfredo Pais che stavolta (sabato scorso) organizza una manifestazione in due tempi: un convegno la mattina, “Su tricu semenatu e cantatu in Montalbo”, appunto; e un concerto la sera, “Voches de su Montalbo”.

A moderare il convegno, subito dopo i saluti del sindaco di Siniscola Gian Luigi Farris, è Roberto Tola, geologo, già primo cittadino di Posada, tra gli ideatori e promotori del Parco di Tepilora. Apre le danze l’atteso intervento del professor Ignazio Camarda, botanico dell’università di Sassari, il massimo esperto dell’ambiente e della flora del Montalbo. Fondamentale resta il libro che curò nel 1984, “Monte Albo. Una montagna tra passato e futuro”. A lui si deve la scoperta e la classificazione di numerose specie endemiche del complesso montuoso che attraversa Lula (3.500 ettari), Siniscola (3.000 ettari), Lodé (600 ettari), Loculi (200 ettari), Irgoli (120 ettari) e lambisce il territorio di Galtellì. Una cresta lunga 13 chilometri, da Punta Catirina e Punta Turuddò (entrambe 1.127 metri sul livello del mare) a Punta Cupetti (1.029 metri s.l.m.). Un’area Sic, Sito di importanza comunitaria. È qui, in questo paradiso bianco terrestre (“albo” deriva di “arbu”, che in sardo significa “bianco”) che la flora conta ben 760 specie, un terzo dell’intera Sardegna. «Sessanta sono endemismi» va avanti Camarda. Ascoltarlo è come salire al Monte: ogni parola profuma di erbe, ogni frase è un viaggio tra falesie, forre e burroni.

«Sul versante di Lodè, che guarda Usinavà, presto tornerà il cervo sardo» esulta Domenico Ruiu, con lo stesso entusiasmo che da sempre lo caratterizza, quando parla di animali. «È molto prevedibile – spiega il fotografo naturalista – che il cervo torni naturalmente, dal Monte Olia, territorio di Monti, dove il ruminante è stato reintrodotto anni fa dall’allora Ente foreste ora Agenzia Forestas». «La colonizzazione potrà anche essere molto rapida» è l’altra buona notizia che offre Ruiu. Molto più difficile, se non in tempi lunghi, il ritorno del gipeto del Montalbo: l’ultimo esemplare risale ai primi anni ’50 del secolo scorso. «Anche gli ultimi cervi sul Montalbo sono stati cacciati nei primissimi anni ’50». Poi il grifone, l’aquila reale, il gatto selvatico, la lepre, la pernice... è il fascino infinito di un mondo sano, a portata di mano, se soltanto l’Uomo volesse.

L’aria fresca di poesia, tuttavia, arriva nel cortile assolato della Casa del Parco quando Francesco Murgia, geologo, parla della rete acquifera carsica. Referente della Riserva della Biosfera Tepilora, Rio Posada e Montalbo, Murgia, da buon speleologo del Gruppo grotte nuorese, sottolinea che il Montalbo è come una spugna: è la caratteristica del calcare, che si spezza ma non si piega, e assorbe le piogge fin dentro le viscere più recondite. «La danza dell’acqua nel cuore del Montalbo» ripete non a caso, lui che ha una passione sconfinata per l’esplorazione delle cavità sotterranee e che da anni monitora la portata del fiume che scorre nel buio più antico di Fruncu ’e oche. Un complesso montuoso che nasconde un deposito immenso di acqua, tra le rocce carbonatiche mesozoiche che legano la Baronia alla Gallura. La storia geologica del Montalbo, infatti, è la stessa dell’isola di Tavolara come pure del Monte Tuttavista.

È in questo scenario, nel Monte Bianco della Sardegna, che veniva coltivato il grano, su tricu. Con il carro a buoi e con una fatica immane, tanto che Francesco Coloru parla di «agricoltura eroica» praticata sui pianori in quota. Oltre ai pastori, di capre e di pecore, c’erano i contadini, sos massajos, allora, che popolavano il monte, fino a mezzo secolo fa. Sia da Siniscola sia da Lodè partivano per seminare il grano quando il grano era un bene di Dio. Sul versante di Lula, invece, non succedeva, non era usanza. Lo testimoniano gli anziani intervistati dai soci del Coro Montalbo. Tziu Pascaleddu Carta, in primis, il patriarca degli agricoltori sul massiccio spugnoso. A raccontarli e presentarli, ci pensa Coloru, presidente della cooperativa Istelai di Bitti, siniscolese d’adozione. È lui che firma una ricerca storica senza precedenti, che ferma sulla carta e soprattutto sul video testimonianze vive che altrimenti sarebbero andate perse. Un cortometraggio che mette insieme esperienze reali di uomini e donne del Montalbo, la montagna che guarda verso il mare, da un lato, e verso l’interno, dall’altro. Un orizzonte aperto, con un futuro ancora davanti.

Quello che intravede Maria Luisa Mason, geologa, esperta di geotecnica, indagini ambientali, interpretazione e educazione ambientale. Socia della Lea Hydromantes dal 2007, con la quale gestisce il Ceas Santa Lucia e la grotta di Gana ‘e Gortoe a Siniscola, guida ambientale ed escursionistica, Mason parla di turismo attivo, di trekking, di sentieri in rete. Una realtà già di casa al Montalbo, una realtà dalle mille prospettive.


Tutti i nomi della formazione

Ventotto voci maschili dirette dalla maestra Mina Nanni

Organizzata dall’associazione culturale Coro Montalbo, con il sostegno finanziario della Fondazione di Sardegna, la manifestazione “Su tricu semenatu e cantatu in Montalbo” “Voches de su Montalbo” ha goduto del partenariato del Comune di Siniscola e di alcune scuole, tutte con sede nella cittadina: l’Istituto scolastico Agrario; l’Istituto d’istruzione superiore “Michelangelo Pira; l’Istituto comprensivo 1 “Antonio Gramsci”. Altri preziosi partner sono stati la “Leva 76 di Siniscola”, che in questi giorni ha organizzato la festa annuale dedicata alla Madonna delle Grazie e la parrocchia San Giovanni Battista. E ancora: la Biosphere reserve Tepilora Rio Posada Montalbo e l’Issla (Istituto sardo di scienze lettere e arti). Associato Fersaco (Federazione regionale sarda associazioni corali) e Feniarco (Federazione nazionale italiana associazioni regionali corali), il Coro Montalbo di Siniscola è diretto dalla maestra Mina Nanni. La formazione conta un totale di ben 28 cantori, tra tenori primi (Rossano Baldin, Francesco Coloru, Nicola Contini, Paolo Depalmas, Alfredo Pais, Antonello Cucca, Antonello Sini, Stefan Catte), tenori secondi (Roberto Conteddu, Cosimo Natalio Bomboi, Salvatore Angelo Carzedda, Salvatore Adriano Deiana, Roberto Poddie, Maurizio Serci, Giovanni Salvatore Tanda), baritoni (Antonio Asproni, Sandro Coronas, Battista Giovanni Deriu, Salvatore Marche, Enea Poddie, Filippo Puddori, Claudio Sannia, Giovanni Saraceni) e bassi (Salvatore Carta, Salvo Aldo Mele, Angelo Marzella, Giovanni Murgia, Francesco Murru).

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