La Nuova Sardegna

Nuoro

Il caso

«Costretta a fare il test di gravidanza in azienda e licenziata perché sono incinta»

di Alessandro Mele
«Costretta a fare il test di gravidanza in azienda e licenziata perché sono incinta»

La titolare di un’impresa allontana una 21enne senza neanche pagarle l’ultima mensilità dovuta per gennaio

22 febbraio 2024
3 MINUTI DI LETTURA





Nuoro «Neanche scaduti i 15 giorni di prova, sono stata costretta dalla mia datrice di lavoro a fare un test di gravidanza. Avrei perso il lavoro se mi fossi rifiutata, quindi ho detto “sì” davanti ai miei due colleghi uomini che a malapena conoscevo». È una triste storia che arriva dal mondo del lavoro e che vede protagonista una giovane nuorese, di 21 anni, licenziata senza alcun preavviso o comunicazione, perché ha scoperto di essere incinta.

«Ho iniziato a lavorare per una impresa di pulizie a novembre dello scorso anno – racconta la ragazza – e dopo due settimane è stata proprio la titolare a portare il test sul luogo di lavoro. L’ho fatto perché ancora non sapevo neanche di essere incinta e perché è stata lei a dirmi che se non lo avessi fatto, mi avrebbe licenziata in tronco». Poi le visite dagli specialisti e la conferma della gravidanza, da qui l’inizio dell’odissea di una donna privata del lavoro senza preavviso solo perché sta per diventare mamma.

«Dopo le visite del caso, essendo che dopo i 15 giorni di prova ho proseguito con il lavoro – racconta la ragazza –, ho seguito tutto l’iter per la richiesta di messa in maternità. Ho cercato di parlarne con la datrice di lavoro, ma è sparita nel nulla senza neanche pagarmi l’ultima mensilità di gennaio. Con grande sorpresa sono rimasta senza lavoro, sentendomi dire che ero stata licenziata per giusta causa».

Da qui la decisione di coinvolgere il patronato e l’ispettorato del lavoro: «Ora hanno tutto in mano loro – dice la donna –. È tutto assurdo, sono stata accusata anche di mala fede e di aver nascosto la gravidanza, ma io davvero non lo sapevo quindi il licenziamento per giusta causa è davvero la perla di tutta questa storia. Nel 2024 queste cose non dovrebbero accadere e dovrebbe esserci molta più sensibilità verso casi come questo, d’altronde stanno venendo meno tutti i miei diritti, non c’è stato alcun tipo di tatto».

E conclude, ma con un sorriso e molta emozione: «L’unica cosa bella in tutta questa storia è il figlio che porto in grembo, mi permette di sorridere tutti i giorni e di andare avanti pensando a lui e al futuro che ci aspetta, spero in un mondo migliore di questo».

La ragazza, non avendo ricevuto ancora l’ultima retribuzione, il 16 febbraio ha deciso di rivolgersi al sindacato: «È una storia folle – commenta Domenica Muravera della Cgil –. L’allontanamento della ragazza è avvenuto senza neanche essere preceduto da uno straccio di lettera di licenziamento. Sono esterrefatta che oggi possano verificarsi ancora situazioni del genere, di controllo sulla persona, che si possa pensare di poter fare tutto quello che passa per la mente, di non rispettare elementari norme di diritto del lavoro ma invece succedono più spesso di quanto la nostra mente possa immaginare».

E ancora: «Non si adottano le misure minime di sicurezza e si muore, si chiedono sospensioni di infortuni sul lavoro per non pagare premi maggiorati, si chiede di lavorare in malattia e in cassa integrazione. Datori e datrici di lavoro che non applicano i giusti contratti, lo statuto dei lavoratori viene affossato. Tutto quello che abbiamo a disposizione – conclude la sindacalista – sarà utilizzato per riportare legalità dove non si conosce il significato del termine».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

In Primo Piano
La storia

Arzachena, in vendita lo stabile che ospita il museo più piccolo d’Italia

di Giovanni Gelsomino
Le nostre iniziative