Chiavi, scarpe e pazienza: “Ho deciso di continuare il mestiere di babbo”
Nuoro, la storia di Lucia ed Emilio Marsigliese nella loro attività tra le vie del quartiere di Istiritta
Nuoro “La prima cosa? Ci chiedono se facciamo parte di qualche clan, perché il cognome a molti ispira quello, si vede ... e noi ridiamo e rispondiamo che no, è proprio così che ci chiamiamo. Che dobbiamo fa’? In seconda battuta, capita anche che ci chiedano se siamo una coppia nella vita, marito e moglie. In terza, succede anche che ci scambino per una sorta di ripara-ombrelli o ripara tutto”. Parlano quasi all’unisono, e con le stessa ironia dipinta sul volto, Emilio e Lucia Marsigliese, papà e figlia – unica per giunta – all’interno della loro bottega di via Sant’Emiliano dove riparano le scarpe e fanno anche i duplicati delle chiavi. Le viuzze di Seuna alle loro spalle, le scuole di Istiritta a pochi passi, insieme alle risate dei bambini all’ora della ricreazione. E tutt’intorno un piccolo mondo antico che sa di vicinato, di amici che ogni tanto passano anche solo per due chiacchiere, e di una quotidianità a dimensione umana che da altre parti è diventata davvero merce rara.
«Siamo qui dall’inizio del ’90 e ci stiamo molto bene, ora in due siamo una piccola squadra, ma l’attività esiste da 45 anni» raccontano, ancora insieme. «Anzi – corregge papà Emilio – dal ’90 qui ci sono io, perché Lucia era ancora piccola». E racconta, il commerciante, di altri tempi, del suo arrivo dalla natìa Sora, nel Lazio, e di un amore nuorese sbocciato in un lampo, tra un piatto barbaricino e l’altro. «Sono finito a Nuoro perché lavoravo per conto di una multinazionale – spiega – e mi avevano mandato qui. Avevo aperto allora uno spazio per duplicare le chiavi e riparare le scarpe all’interno dell’Upim, vicino alla stazione. Era il ’77». «E neanche un mese dopo, forse, ti sei fidanzato e hai deciso di sposare mamma», aggiunge, ridendo, Lucia Marsigliese. Ma in fondo, l’ironia non ci è andata nemmeno tanto lontana, dalla realtà, perché il buon Emilio lo ammette, che la sua Giuseppina l’ha conosciuta e ci si è fidanzato dopo poche settimane, dopo averla incontrata quando andava a mangiare all’allora Canne al vento. Il resto è storia più recente: la decisione di mettersi in proprio, di staccarsi dall’ex Upim, la prima bottega aperta in via Catte, e l’ultima e quella attuale ai confini di Seuna, in un quartiere di Nuoro fatto di famiglie, di piccole attività, scuole e cortili.
E più di tutto, alla fine, quella che chiama “una vera fortuna”: la decisione, da parte dell’unica figlia di proseguire il suo mestiere. «In realtà – spiega quest’ultima – almeno all’inizio io non ci pensavo affatto. Ho fatto l’istituto d’arte, poi volevo proseguire gli studi e fare Architettura, ma poi ancora è successo che per farmi qualche soldo ho cominciato a lavoricchiare e a dare una mano anche qui in negozio. La mattina venivo da babbo, e la sera invece facevo la cameriera al Rifugio. E pian piano, restando qui in bottega mi ci sono affezionata, a questo mestiere, e mi è piaciuto farlo.E più in là ho pensato anche che mi sarebbe dispiaciuto troppo, lasciarlo andare, dopo la pensione di mio padre. Ero l’unica figlia, insomma, e quindi a me sarebbe dovuto toccare e l’ho fatto con piacere».
E sorride, papà Emilio, qando sente la sua Lucia parlare bene del mestiere di famiglia. E sa anche che non è una fortuna che accomuna tanti altri suoi colleghi commercianti o piccoli artigiani del capoluogo barbaricino. «Mio padre è riuscito a insegnarmi tutto – spiega lei – ed è stato semplice perché ha il carattere giusto per farlo e ha molta pazienza. Ma ancora, tra i clienti, c’è qualcuno che pensa che una donna non sappia fare le chiavi e non sappia sistemare un tacco o una scarpa. Non sai quanti mi vedono armeggiare e allora mi chiedono: “Ma le fai proprio tu? Sul serio?”. In quei casi rispondo sorridendo, e dicendo “Sì, certo, le faccio proprio io e anche da tanto, ormai, e non c’è davvero nulla di strano”».
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