Caso Barabino: per i difensori manca la prova di alcuni reati
Arringhe al processo all’amministratrice di sostegno infedele di Oliena e al marito: «Le case sequestrate agli imputati acquistate prima di alcuni prelievi illeciti fatti sul conto di uno degli amministrati»
Nuoro Spazio alle arringhe dei difensori di Roberta Barabino, l’ex amministratrice di sostegno di Oliena accusata di peculato e autoriciclaggio, perché secondo l’accusa avrebbe svuotato i conti di decine dei suoi assistiti, utilizzando quei soldi per finalità estranee al soddisfacimento dei bisogno degli amministrati, e del marito, Graziano Coinu, chiamato a rispondere di riciclaggio per due di sette casi approdati in aula. Questa mattina, 19 settembre, al processo con rito abbreviato davanti al gup Giovanni Angelicchio, la parola agli avvocati Gianluca Sannio e Antonio Secci, dopo che alla precedente udienza i pubblici ministeri Andrea Ghironi, Riccardo Belfiori e Selene Desole avevano concluso la requisitoria chiedendo la condanna a 7 anni e 6 mesi per l’ex amministratrice, e a 4 anni e 6 mesi per il marito. Alle richieste dei Pm si erano associati i difensori delle parti civili: gli avvocati Oliviero Denti, Nazarena Tilocca, Chiara Soro e Caterina Sanna. In questa tranche dell’inchiesta le somme prelevate indebitamente da Roberta Barabino arriverebbero a circa 540mila euro, e i reati contestati ammonterebbero complessivamente a 1.374. Secondo i difensori, però, mancherebbe la prova documentale che i due imputati abbiano utilizzato i soldi di uno degli assistiti, per l’acquisto dei due immobili di Oliena, oggetto di sequestro. Per la difesa, in particolare in merito ai reati contestati a Coinu, c’è la prova documentale che quei soldi non possono essere di uno degli amministrati, come invece indicato nel capo d’imputazione. A dimostralo il fatto che le due case, acquistate nel 2020, a distanza di pochi mesi l’una dall’altra, per 24mila euro e per 29mila euro, non potevano essere state pagate con i bonifici che l’ex amministratrice aveva effettuato sul conto postale cointestato col marito, due anni dopo. Inoltre, secondo la tesi difensiva, il secondo immobile era stato pagato, una parte in contanti e poi con assegni tratti dal conto intestato solo a Barabino. Per l’accusa, invece, l’ex amministratrice, secondo un modus operandi consolidato, aveva agito sui conti dei suoi assistiti facendo prelievi ed effettuando bonifici con diverse causali: passando da lavori di ristrutturazione, all’acquisto di mobili, dal pagamento di visite mediche a spese nei negozi per bambini e di tessuti. Il tutto per svariate centinaia di euro. La sentenza è attesa il 25 novembre. (k.s.)
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