La Nuova Sardegna

Nuoro

La storia

Ecco la “strega” di Grazia Deledda: è la poesia ritrovata sulla befana

di Giancarlo Porcu (*)
Ecco la “strega” di Grazia Deledda: è la poesia ritrovata sulla befana

Nuoro, il centesimo anniversario del Nobel apre con la riscoperta di “Epifania”

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Nuoro Fra le tante novità scaturite da una mia recente indagine su novelle e scritti brevi di Grazia Deledda (pubblicata nel volume Racconti e versi ritrovati, Il Maestrale 2025) è gradito segnalare la prosa lirica intitolata Epifania, rinvenuta in «La Fiaccola» (Torino) numero unico del 20 settembre 1925. Piace riproporla – grazie all’ospitalità de «La Nuova Sardegna» – nella duplice ricorrenza che cade in questo 2026: il centenario dello scritto medesimo, proteso verso la festività del 6 gennaio 1926, e il centenario del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura 1926, consegnato alla scrittrice nel ’27. Le confluenze storiche pullulano intorno al testo di Epifania. Una riorchestrazione in versi compare, con la dicitura «Una poesia inedita di Grazia Deledda», nella «Illustrazione Italiana» (20 novembre 1927) in festa per l’assegnazione del Nobel (è la poesia La Befana resa nota, senza fonte, dalla cagliaritana «Il Convegno» nel 1946).

A dispetto del suo stato di lavoro “minore” nell’opera deleddiana, la consegna di Epifania al prestigioso settimanale in così insigne occasione, è un dato esteriore che dice dell’importanza attribuita dalla scrittrice a questa come ad altre sue fatiche brevi, e persino poetiche, in chi da tempo si era congedata dalle muse frequentate in gioventù. Si pensi che, sempre in coincidenza del Nobel, Deledda donava al «Giornale d’Italia» (12 novembre 1927) la lirica Padre nostro.

Al dato esterno risponde l’alto spessore formale e intellettuale di prove pur occasionali. Vi si leggono – verbalmente condensate – concezioni che attraversano l’opera “maggiore”. Per esempio, il sentimento del miracolo-mistero della vita, inquadrato nell’infinitudine dell’eternità passata e futura e in una visione tutta creaturale dell’esistenza. L’incarnazione di questi significati è resa esplicita nella versione poetica, nella precisione onomastica «Mirella»: la nipote della scrittrice, classe 1917, vera e propria fiza ‘e ànima di Grazia che a Roma la volle con sé in famiglia dal 1924 al 1931. Deledda non poté fare a meno di riflettersi e per così dire prolungarsi in Mirella, di gioire della «Illusione» – altra parola-chiave nella scrittrice – di cui può godere la bambina nella ricorrenza dell’Epifania, riscatto di un’illusione mancata nella lontana e austera infanzia sardo-nuorese, per quei bimbi che «non conoscono il passaggio della Befana» e «non espongono le loro scarpette, che correrebbero il rischio di restar vuote» (Il Natale in Sardegna 1891-1895). 

Il filologo trarrà non poco profitto dalla lettura “a fronte” delle versioni prosastica e poetica, attraverso una lingua che si accomoda sugli accenti e la misura di un doppio settenario, con l’inquadramento nel grande rapporto fra prosa e poesia che impegna l’elaborazione letteraria del Novecento, fra frammentismo e prosa d’arte, in una Deledda al passo con i tempi ma che già dalla frontiera sarda, scrittrice alle prime armi, si era cimentata in poemetti e sonetti in prosa che pure andrebbero riscoperti.

(*) Giancarlo Porcu, nuorese, filologo, editor e caporedattore della casa editrice Il Maestrale, saggista, cacciatore di inediti e rarità della letteratura plurilingue di Sardegna (Sergio Atzeni, Grazia Deledda, Pasquale Dessanai, Peppinu Mereu, Pisurzi, Romano Ruju, Sebastiano Satta e altri).


Qui di seguito il testo completo della prosa lirica intitolata “Epifania”, rinvenuta in «La Fiaccola» (Torino) numero unico del 20 settembre 1925.

“Sono felice, stasera, perché l’illusione è tornata davanti al mio focolare, con la tua scarpetta lucida, bambina. La terra sembra morta, le stelle sono spente, e quella d’oriente non è ancora spuntata: i Re Magi camminano ancora per le impervie strade in cerca del nuovo Dio: e lei sola, la grande strega, vola nel buio freddo; e il sacco le pesa, ancora pieno: il diavolo che ha preso la forma di granata le serve di cavallo; ecco perché le stelle si sono nascoste, per non essere spazzate da lui; ecco perché la terra finge di essere morta, per paura di lui. Tu sola, tu, bambina, non hai paura, e vegli aspettando la Befana, col suo bene e il suo male, come aspetti la vita. Che cosa ti porterà? È l’alba, e già la Stella rifulge ad oriente. Il grande giorno nuovo sorge, e non dal mare la luce sgorga ma dal tuo viso, bambina, che s’illumina in cima alla tua culla e tutto intorno illumina. Passata è la Befana, e la sua scopa ha servito solo a spazzare le nuvole. E dentro la tua scarpetta, velata di cenere, come tu nella tua culla giace una bambolina tutta vestita d’oro e con gli occhi celesti: sembra anche lei l’aurora: e ha due riccioli biondi, uncini che si allacciano di qua e di là all’eterno passato e all’eterno avvenire”. Firmato: Grazia Deledda.


Qui, invece, la poesia Epifania.

Son felice stasera perché l’Illusione
è tornata davanti al nostro focolare,
con la scarpetta lucida della nostra Mirella.
La terra sembra morta, le stelle sono spente,
e quella d’Oriente ancor non è risorta:
i Re Magi camminano per le strade del mondo,
in cerca del novello Signore: e la Gran Strega
vola nel buio freddo, col sacco ancora pieno,
il diavolo che ha preso la forma di granata
le serve da cavallo; ecco perché le stelle
si son tutte nascoste; ecco perché la terra
finge d’essere morta, per paura di lui.
Solo tu, o Mirella, senza timore vegli
aspettando la Strega col suo bene e il suo male,
come aspetti la vita. Cosa ti porterà?

È l’alba; è già passata la Strega e la sua scopa
ha servito a spazzare solo il nostro camino.
E dentro la tua scarpa come tu nella culla
dorme una bambolina tutta vestita d’oro,
e con gli occhi celesti; sembra il giorno che spunta,
ha i ricciolini biondi: uncini che si allacciano
all’eterno passato, all’eterno avvenire.

Firmato: Grazia Deledda.

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