“Arvores”, un lungo viaggio nella vita con la poesia
Maria Teresa Rosu inaugura il nuovo corso della “Biblioteca di Babele” della Edes
Orosei «Sas paràulas meas / sono sas de meta pessones / chi istant intro de mene... ». I versi di Maria Teresa Rosu sono come un canto corale. Sono un dialogo aperto, con il mondo oltre che con se stessi, un dialogo assetato di confronto. Sono un viaggio, il viaggio nell’esistenza della poetessa di Orosei bibliotecaria per una vita a Lula. Un viaggio d’amore, soprattutto. Un inno alla vita, nonostante tutto. Basta il titolo per entrare nel profondo dell’anima: “Arvores. Chiarori”. Silloge bilingue, sardo-italiano. «È un figlio sardofono, che parla italiano a fronte» dice lei, con un carico di emozioni forti e nuovissime. È vero, infatti, che Maria Teresa Rosu ha appena dato alla luce una preziosa raccolta poetica; altrettanto vero è che questa sua opera ridà vita a una collana storica della casa editrice sassarese Edes: “La biblioteca di Babele”, letteratura sarda plurilingue, fondata da Nicola Tanda e ora ripresa in mano e diretta da Dino Manca. Una bella responsabilità e un bell’onere per Rosu. «Dopo la lunga gestazione – racconta –, ho creduto di non riuscire a sopportare due anni di doglie del parto. Ma ora la creatura è qui, davanti ai miei occhi e la luce che la titola dice che dal dolore si può rinascere e che l’amore dura oltre il tempo».
È la vita che l’ha messa a dura prova. L’ha fatta innamorare ma le ha anche troncato l’amore. Lei resiste e vede e rivede sempre davanti a sé l’amore della sua vita. Ci parla, ci dialoga. Una luce che vince anche quando è la tristezza a prendere il sopravvento. «Si jeo no ascurto / est surdu unu mundu» canta la poetessa. Già autrice di “Parole in rima”, suo primo libro di poesie dedicato ai bambini e ai ragazzi, e poi ancora di “Grogu. Il piccolo sole a nascondino”, Maria Teresa Rosu esce ora con questa impegnativa prova di grande maturità.
Apre un’intervista condotta dallo stesso Dino Manca. «Si abarro a sa muta / est mutu unu mundu». «La parola dentro la bocca / come un’asse è inchiodata / Non c’è ala che altrove mi porti / come la parola donata». «Mio padre è stato pastore e coltivatore. Ha amato la campagna – racconta – . Ne sentiva i ritmi, sui quali ha poi modellato anche la sua vita di operaio. Si alzava prima dell’alba. Quando il sole annunciava la schiarita, lui aveva già preparato il fuoco. A volte mi aspettava in cortile per mostrarmi s’arvore, il chiarore dell’aurora».
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