La Nuova Sardegna

Nuoro

La storia

Versi di una poesia in sardo e due mercantili a vela, scoperti i graffiti dei carbonai dell’Ottocento

di Luciano Piras

	Particolare dei graffiti e la zona del ritrovamento
Particolare dei graffiti e la zona del ritrovamento

Sono i testimoni del disboscamento dell’isola

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Dorgali «Questi segni sono testimoni finora sconosciuti di un momento storico in cui la Sardegna attraversò profondi cambiamenti economici, sociali e istituzionali». Giovanni Strinna, storico della lingua dell’università di Sassari, presenta così i graffiti ottocenteschi scoperti lungo la via dei carbonai del Supramonte di Dorgali. Due mercantili a vela e alcuni versi di una poesia in sardo incisi con la punta di un coltello sulle pareti calcaree che da Buchi Arta portano giù fino alla Codula di Luna, un canalone impervio e selvaggio che lega il cielo azzurro della falesia al mare turchese di Cala Gonone attraversando mulattiere e creste di pietra e ginepro dove osano soltanto le capre. «Le navi raffigurate, con grande ricchezza di dettagli – svela ancora il professor Strinna –, sono due imbarcazioni che venivano impiegate nel trasporto del carbone verso i porti di Livorno, Genova, Marsiglia e Barcellona».

L’alterazione È la recente scoperta fatta da Graziano Dore, guida escursionistica e studioso di archeologia, di Bultei, insegnante a Sassari. È lui, abituato a frequentare canyon e dirupi, che si è imbattuto su questi graffiti, su «questi disegni che rappresentano una nuova traccia di quel disboscamento che devastò il manto forestale sardo, con conseguenze di vario ordine – spiega Giovanni Strinna –: la rottura dell’equilibrio esistente tra sfruttamento e rigenerazione degli alberi nonché del sistema tradizionale degli usi collettivi, l’incremento dell’erosione dei suoli e di fenomeni di dissesto idrogeologico, l’alterazione del microclima locale, con una maggiore esposizione dei terreni ai fenomeni di aridità estiva, fenomeni già osservati a quel tempo sia da Alberto Ferrero della Marmora e sia da Vittorio Angius».

L’ingegnere «Le due navi raffigurate sulla parete della codula – va avanti Strinna, che ha seguito lo studio passo passo – sono come la fotografia dei grandi velieri ancorati lungo la costa in attesa che venissero caricati di carbone e che suscitavano una certa impressione negli abitanti della zona e tra gli stessi carbonai». La precisione dei dettagli dei disegni incisi su una colata di calcite ha consentito all’ingegnere Antonio Forma di riconoscervi due tipologie di bastimento. Ricercatore, di Sarule, insegnante a Oristano, Forma ha preso in esame la scoperta di Dore scandagliandone i segni.

I dati tecnici Riemergono così le due imbarcazioni: un brigantino-goletta (hermaphrodite brig), a due alberi, particolarmente adatto a operare sottocosta, lungo mediamente 25-35 metri e con una capacità di carico stimata tra le 150 e le 300 tonnellate; il secondo è un brigantino a palo (barque), nave a tre alberi (l’apice della marina mercantile dell’Ottocento) raffigurata con lo scafo ben immerso, segno di una zavorratura idonea ad affrontare le insidie del mare aperto. Il dato nuovo, di cui Forma dà conto in un articolo scientifico di prossima pubblicazione, è che le due imbarcazioni verosimilmente lavoravano in modo complementare, all’interno di una filiera operativa. A terra, il carbone insaccato e ammucchiato allo sbocco delle codule poteva essere caricato a braccia su chiatte a fondo piatto, dalle quali si trasferivano carichi di 5-10 tonnellate per volta sul brigantino-goletta. Quest’ultimo poteva fungere da nave-spola tra la spiaggia e il largo. In rada, il brigantino a palo, grande e capiente, ancorato in acque profonde e sicure, veniva raggiunto dalla nave-spola e caricava il carbone che andava a riempire le sue stive con il prodotto sfuso per poi fare vela verso i porti del Mediterraneo settentrionale.

Il commercio «Imprenditori continentali, ma anche isolani – sottolineano i tre studiosi –, facevano incetta del carbone per rivenderlo nel Continente». «Il taglio del bosco, come noto, fu solo una tappa di quella rivoluzione industriale che in tutta l’Europa vide la rapida crescita della domanda di combustibili e l’espansione dell’attività mineraria, la progressiva privatizzazione delle terre e un intenso sfruttamento delle risorse boschive, prima per ricavarne legname e poi carbone vegetale».

Il combustibile «Il patrimonio forestale dell’isola, in quella congiuntura storica, assunse un’importanza strategica per l’approvvigionamento energetico e per il sostegno delle attività estrattive e metallurgiche, che richiedevano combustibili poveri di impurità. Il carbone di legna risultava particolarmente apprezzato per le industrie siderurgiche, usi domestici e per numerose produzioni artigianali; in breve tempo esso divenne la fonte energetica prevalente. La domanda proveniente dai mercati industriali contribuì a trasformare il bosco da risorsa locale a materia prima inserita nei circuiti commerciali europei. In tutta la seconda metà del XIX secolo gruppi di boscaioli e carbonai provenienti soprattutto dalla Toscana percorsero le foreste sarde per abbattere specialmente lecci e roverelle. Il taglio avveniva durante l’autunno e l’inverno; nei mesi successivi la legna veniva trasformata in carbone e infine trasportata verso i luoghi di consumo».

La tecnica Le tradizionali carbonaie (sas cheas de su narvone) si costruivano disponendo, la legna in forma conica attorno a un camino centrale. L’intera struttura veniva ricoperta con terra, foglie e zolle per limitare l’ingresso dell’ossigeno. La lenta combustione, attentamente controllata, poteva durare diverse settimane e consentiva di trasformare il legno in carbone mantenendo un elevato potere calorifico. Si trattava di un lavoro estremamente specializzato e faticoso, pertanto le squadre di carbonai vivevano per lunghi periodi nei boschi, sorvegliando continuamente la combustione ed evitando che la carbonaia prendesse fuoco completamente. Il carbone prodotto – chiudono Strinna, Dore e Forma – veniva insaccato e trasportato con animali da soma verso i litorali per essere imbarcato anche per il Continente e per l’estero». A testimoniarlo, ora, ci sono anche i graffiti di Buchi Arta.

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