Badu ‘e Carros, procede il cantiere per il 41-bis: «Ma rimangono le emergenze» – La situazione
È imminente la chiusura della cucina. La mensa sarà affidata a un “catering” esterno
Nuoro Il carcere di Badu ‘e Carros è un cantiere nel pieno dei lavori. Tanto che è imminente la chiusura della cucina, con servizio mensa affidato a un “catering” esterno. La ristrutturazione riguarda innanzitutto le sezioni, che a regime hanno disponibili 230 posti. Modifiche e migliorie per la sicurezza, che sono l’anticamera alla creazione di un’area destinata alla detenzione di chi è sottoposto al 41-bis. Ossia, il regime detentivo applicato a chi è considerato appartenente alle organizzazioni mafiose. Il penitenziario nuorese ospita anche attualmente sei carcerati con quella misura detentiva. Nel recente passato sono stati in numero superiore. I programmi del ministero ne prevedono diverse decine. Considerato che tra Nuoro, Uta e Bancali sarà divisa la quota di 250 detenuti al 41-bis, dei 750 totali da collocare in sette carceri di massima sicurezza del territorio nazionale.
Le ultime informazioni sono state rese pubbliche dai responsabili dell’associazione di volontariato “Nessuno tocchi Caino”, che ha visitato la struttura nuorese dieci giorni fa, insieme agli avvocati della locale Camera penale. «Il carcere nuorese va incontro a un cambiamento di fondo» ha spiegato la presidente, Rita Bernardini, dopo aver incontrato con il segretario Sergio D’Elia, i responsabili della casa circondariale, oggi guidata dalla direttrice reggente Daniela Marras. «Ciò che diventerà in concreto, ancora non è chiaro – ha proseguito Bernardini – soprattutto per quanto riguarderà l’articolazione interna, con il dubbio se sarà preponderante la presenza dei detenuti al 41-bis, o comunque permarranno una sezioni per i detenuti comuni».
Oggi a Badu ‘e Carros sono presenti appena 47 carcerati. Oltre ai sei con il regime speciale, presente un gruppo che scontano condanne per reati comuni. L’altra fetta sono i 15 tra semiliberi (con lavoro all’esterno) e della categoria Articolo 21, che un lavoro lo svolgono a loro volta, ma all’interno del penitenziario. Condizioni assimilate, queste ultime, tanto che sono ospitati, tutt’insieme, in un cellone. Rispetto alla provenienza geografica e all’età, viene segnalata la presenza di uno straniero e di alcuni cosiddetti giovani-adulti, tra i 18 e i 25 anni.
I numeri ridotti ospitati non riducono il peso di alcune carenze, riscontrate proprio nella visita di Bernardini e D’Elia, che sono stati accompagnati dall’avvocato Giovanni Colli, presidente della Camera penale del foro nuorese. Le più avvertite (anche in carcere, dunque) riguardano i servizi sanitari. «I medici di medicina generale sono tre, invece che quattro – ha spiegato Bernardini – e ciò impedisce la possibilità di un’assistenza h/24. Gli specialisti – ha aggiunto – sono limitati al dentista e al dermatologo». Manca buona parte dell’arco delle specializzazioni, dunque. Si può invece contare sul Serd, il servizio che affronta le dipendenze, a iniziare dal consumo di stupefacenti. «Ma funziona “a chiamata”», ha ricordato sempre Rita Bernardini.
La polizia penitenziaria. L’organico di Badu ‘e Carros prevede 217 agenti. Mentre ne sono presenti poco più di 140. Il fatto che vi siano pochi detenuti ospiti delle celle non toglie gravità alla carenza: «È un quesito che ci siamo posti anche noi, durante la vista – ha raccontato la presidente Bernardini – ma proprio dai colloqui avuti con la dirigenza è emerso che la carenza è comunque avvertita. Anche perché alcuni agenti vengono chiamati temporaneamente a svolgere servizi esterni o in altre carceri».
La situazione della casa circondariale rimane sotto l’occhio di controllo sia dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, sia dell’organo che riunisce i penalisti. «Eravamo già stati a Badu ‘e Carros nel 2024 – ha ricordato l’avvocato Colli – e ora si è deciso per questa nuova visita. Segnaliamo sin da ora le carenze emerse, a iniziare da quelle del numero degli operatori sanitarie. Manteniamo la disponibilità – ha aggiunto – per supportare il riconoscimento dei diritti sia dei detenuti, sia dei loro familiari».
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