«Nessun rapporto con Raduano, non l’abbiamo mai aiutato a fuggire»
In aula le dichiarazioni spontanee di Tolu: «Io e Mangia innocenti e vittime di accuse ingiuste», entrambi sono a giudizio, a vario titolo, per la fuga dell’ex boss dal carcere di Badu ‘e carros
Nuoro Torna davanti ai giudici del tribunale collegiale, presieduto da Elena Meloni, il processo che vede a giudizio i due orunesi Antonio Mangia e Pietro Antonio Tolu, difesi dagli avvocati Ivano Iai e Giancarmelo Serra. Il primo con l’accusa di aver favorito la latitanza dell’ex boss della Sacra corona unita, Marco Raduano, dal carcere di Badu e’ Carros il 24 febbraio del 2023, il secondo, per detenzione di armi e droga. La strategia della difesa si basa chiaramente sulla volontà di smontare le tesi dello stesso Raduano che, a margine della scelta di collaborare con la giustizia, ha fornito un lungo elenco di nomi e aneddoti legati alla sua latitanza.
Ma l’elemento di punta di quest’ultima udienza sta nelle dichiarazioni spontanee rese da Pietro Antonio Tolu (entrambi gli imputati hanno scelto di non sottoporsi ad esame) attraverso una lettera. «Ho lasciato la latitanza anche per difendermi nel processo, perché so di essere innocente, come lo è mio compare, Antonio Mangia, che patisce accuse ingiuste quanto le mie», ha detto l’orunese consegnatosi ai carabinieri lo scorso 19 ottobre 2026 dopo una latitanza cominciata a febbraio. «Con l’aiuto dei miei difensori, ho pensato di scrivere la mia verità nel processo che mi coinvolge – ha proseguito Tolu –. Posso aver commesso errori, nel passato, ma non posso accettare di essere trascinato in una storia che, per me, è solo frutto della fantasia di una persona con cui non ho mai avuto nessun rapporto. So dai miei difensori e dalle carte del processo che si chiama Raduano – ha precisato –, ma non so altro. Non l’ho mai aiutato, né in carcere, né fuori, non ho favorito la sua latitanza, in alcun modo».
Ma davanti al tribunale collegiale Tolu ha voluto anche spiegare le ragioni della sua latitanza: «Ero latitante per una storia vecchia per la quale mi restano da scontare poco più di tre anni. Non volevo tornare in carcere, per avere la libertà o qualcosa di simile. Ma così facendo, non ho avuto né la libertà né i miei affetti più cari. Mia mamma, Silvestra Geltrude Goddi, una donna anziana ma forte, che mi ha cresciuto senza la presenza di mio padre, morto troppo giovane. I miei due figli, Antonio e Giovanna Amalia, che non voglio mai più lasciare soli. La mia compagna, Caterina, e le figlie che mi vogliono bene. Sono tornato per loro».
E aggiunge: «Ringrazio l’Arma dei carabinieri, il comando provinciale di Nuoro e, soprattutto, un suo carabiniere, Agostino Carta: devo a loro la mia riflessione meditata e la mia decisione di costituirmi e riprendere in mano la mia vita. Devo questa mia scelta volontaria al loro operare rigoroso ma umano. La sera in cui mi sono costituito ai carabinieri avevo solo un proposito: cercare i miei affetti, risolvere i miei problemi affrontandoli alla luce del sole, portare questa mia verità nel processo».
Ma davanti al collegio presieduto da Meloni e al pubblico ministero della Dda, Danilo Tronci, la difesa ha lavorato per smontare le rivelazioni di Raduano anche avvalendosi dei due testi Marcello Gaia e Christian Massaiu. Come riferito in aula dall’avvocato Iai, in sede di interrogatorio Massaiu era stato definito da Raduano come “persona di fiducia”. Ricostruzione smentita dallo stesso teste: «Non è vero – ha dichiarato –. Anzi avevamo avuto dei problemi. Aveva rubato una caffettiera dal magazzino del carcere non consentita dal regolamento, poi ritrovata nella sua cella dopo una perquisizione. Ci aveva accusato di essere degli infami. Lo avevo affrontato subito, ma aveva negato tutto. Era una persona un po’ invadente e non era bene accetto dai detenuti sardi. Raduano ha detto che avessi espresso a lui il desiderio di evadere – prosegue –? Assolutamente no, dopo aver parlato dell’episodio della caffettiera anche agli agenti penitenziari, l’ho evitato come la peste».
Dalla testimonianza di Gaia, invece, secondo la difesa sono emerse diverse incongruenze rispetto ai racconti di Raduano. «Con noi non aveva niente a che fare se non passare in cella per prendere le prenotazioni per le telefonate a casa – ha detto –. Che mi risulti non aveva alcun rapporto con Antonio Mangia, non ho mai assistito a loro atteggiamenti di confidenza. Non l’ho mai sentito ne visto avere confidenze con altri sardi e Mangia non mi ha mai confidato di avere rapporti con Raduano. So dove Mangia pascola: a Orune le mucche e gli asini a Posada, le pecore le ho io a Olzai. Non è possibile che queste bestie fossero collocare nello stesso terreno di Orune così come racconta Raduano».
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