La “vendetta” dell’ex assessore alla Sanità Bartolazzi: «Sardi geneticamente permalosi»
L’ex esponente della giunta Todde su Frontiers: «I consiglieri regionali pensano al consenso. La sanità sarda oggi è indietro di un decennio»
Sassari «La sanità sarda oggi è indietro di un decennio rispetto alle altre regioni». La responsabilità? «È dei tratti caratteriali dei sardi, dell’isolamento culturale della Sardegna, della riluttanza a chiamare medici qualificati dal continente e soprattutto di un sistema politico che da tempo si dimostra più abile nel raccogliere consenso immediato che nel risolvere i problemi della salute dei cittadini».
È un atto di accusa pesantissimo quello che l’ex assessore regionale alla Sanità Armando Bartolazzi ha scritto in un articolo pubblicato dalla rivista scientifica Frontiers in Public Health. «Lo scopo di questo contributo – scrive – è stimolare una discussione costruttiva».
Bartolazzi sgombra subito il campo dagli equivoci. «Il progressivo declino della sanità sarda non può essere attribuito alla mancanza di risorse economiche. La Regione – ricorda – finanzia direttamente il servizio sanitario e destina a sanità e servizi sociali circa 4 miliardi di euro l’anno. Nonostante questo «i sardi si rivolgono spesso fuori regione perché nell’isola non trovano risposte adeguate».
Lo conferma la spesa di circa 100 milioni di euro per la mobilità sanitaria nel 2024 e il dato del 17% della popolazione che rinuncia alle cure. La tesi sostenuta dall’ex assessore, che ha ricoperto l’incarico dall’aprile del 2024 al dicembre del 2025, parte da un’analisi dei tratti caratteriali dei sardi «fortemente influenzati – scrive – da secoli di colonizzazioni» che, insieme alle «difficoltà dell’insularità e alle politiche sanitarie adottate a livello regionale e locale, contribuiscono al progressivo fallimento del sistema sanitario». Nel suo ragionamento si appella anche alla genetica che «determina – a suo dire – la predisposizione ad alcuni tratti della personalità, come suscettibilità, aggressività, introversione, pensiero divergente».
Le accuse più dure sono rivolte alla politica sarda. «Quasi tutti i consiglieri regionali si occupano di sanità ma solo 4 dei 60 dell’attuale legislatura sono medici». Gli emendamenti alle leggi finanziarie? «Iniziative scoordinate e frammentate, mirate soprattutto a dare visibilità ai gruppi consiliari nei rispettivi territori». Non va meglio nell’assessorato che ha guidato per oltre un anno e mezzo e che può contare su «circa 180 dipendenti, due direzioni generali, quattro direzioni di servizio, uno staff di gabinetto, ma nessun medico, salvo un consulente part-time».
Bartolazzi porta alcuni esempi, a partire dai punti di primo soccorso, 193, contro i 92 che sarebbero necessari secondo le stime di Agenas, «realizzati dai politici locali in ogni comune sardo per raccogliere consenso elettorale». Con un esito prevedibile: «oltre il 60% di queste strutture resta vuoto e non operativo». Un altro esempio: l’indennità per la Fibromialgia «è più facile sostenere le pazienti con un bonus sanitario spendibile liberamente e senza rendicontazione che rinnovare le sale operatorie non a norma dell’unico ospedale oncologico della Regione».
Nel mirino anche le risorse per le strutture private per le quali «il tipo e il numero delle prestazioni non sono mai state indicate con precisione». Poi le nomine dei direttori generali delle Asl. «Un direttore generale nato in Sardegna, scelto dalla fazione politica dominante, è molto più adatto a raccogliere consenso elettorale locale di un esperto esterno competente». Il risultato è «la chiusura ermetica di un sistema relazionale complesso come la sanità», al riparo da un rinnovamento politicamente ingestibile, «soprattutto se proposto da “dominatori stranieri”».
Il giudizio finale sulla classe politica è ancora più duro: «è tecnicamente impreparata a rispondere alle richieste di aiuto di medici e cittadini». La ricetta? «È tempo di dare priorità a una riorganizzazione strutturale e funzionale della sanità basata sulle evidenze». Un obiettivo che però, chiude, «non sembra ancora alla portata di una classe politica disorientata e litigiosa».
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