I familiari delle vittime: ora giustizia
Le prime reazioni dopo la svolta nell’indagine della procura di Tempio: «Chi ha commesso gravi errori deve pagare»
OLBIA. Si alza una voce rotta dall’emozione: «Finalmente una buona notizia». La svolta nelle indagini della magistratura riaccende un filo di speranza dei familiari delle vittime dell’alluvione del 18 novembre. Tredici indagati per disastro colposo e omicidio plurimo colposo danno un senso all’aspettativa di giustizia, covata quasi sei mesi, ma siamo ancora alle prime battute di una vicenda giudiziaria lunga e complessa. Per chi ha sofferto però è un primo segnale importante. Così per i familiari che ancora piangono i loro cari travolti dalla furia dell’acqua e del fango è giunto il momento di parlare. Parole amare e giudizi pesanti che sanno già di condanna, ancora prima che si accertino le responsabilità.
Insieme alle famiglie fanno sentire la loro voce anche i loro avvocati, che in questi mesi hanno lavorato in silenzio per sostenere le ragioni di chi quella notte ha perso quanto di più caro c’era al mondo. «L’inchiesta della magistratura certamente farà il suo corso - dice Giampaolo Murrighile, avvocato olbiese che tutela la famiglia di Patrizia Corona e della figlia Morgana Giagoni, annegate nella prigione della loro auto finita nel canale che costeggia via Belgio, zona Bandinu – ma adesso non vogliamo più assistere al rimpallo delle responsabilità sulle cause che hanno portato alla tragedia. Un danno doppiamente evitabile, come appare del tutto evidente. La povera Patrizia Corona e la figlioletta Morgana, di appena due anni, non potevano e non dovevano finire in quel canale con la loro auto, perché il corso d’acqua doveva essere spurgato e messo in protezione oppure, eventualmente, la situazione di pericolo doveva essere segnalata. Invece niente di niente. Nessuna protezione e nessun segnale di pericolo». «Ora – aggiunge l’avvocato Murrighile – il filone di indagine su quel canale e anche sugli altri corsi d’acqua farà definitivamente chiarezza».
Parlano anche le sorelle Casalloni: Maria Rosaria, Caterina, Nicolina, Antonella, Paola e Domenica. Sono le figlie di Anna Ragnedda, morta nel letto della sua casa in via Lazio, sempre zona Bandinu. Parlano, e non è la prima volta, perché loro in silenzio non sono mai volute stare. Sin dal giorno dopo la tragedia hanno gridato la loro voglia di giustizia. La loro rabbia sembra placarsi solo ora che la procura della Repubblica di Tempio ha chiuso una prima tranche dell’inchiesta che riguarda anche la morte della loro mamma. Quei tredici indagati per disastro e omicidio colposo per loro sono già un primo traguardo. «Finalmente una buona notizia – dicono le sorelle Casalloni – diciamo grazie all’impegno e alle sollecitazioni dei nostri avvocati, Lucio Molinaro del Foro di Roma, Carlo Selis di Olbia e Mario Perticarà di Tempio. Le indagini hanno avuto un nuovo rapido sviluppo e noi abbiamo piena fiducia nel lavoro svolto dal procuratore della Repubblica Domenico Fiordalisi. Ora speriamo che i gravi errori commessi ai danni dei cittadini, soprattutto le povere vittime, vengano puniti severamente».
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