Padrongianus, un parco da rivitalizzare
Il caso dell’oasi verde alle porte della città: la Provincia non ha le risorse necessarie per poterla rendere di nuovo fruibile
OLBIA. Il fiume scorre pacifico e sereno. Come un mostro tornato finalmente buono. Ma le tracce della sua collera sono ancora dappertutto. Del grazioso ponticello sono rimaste poche tavole di legno. E i tronchi degli alberi lungo l’argine sono ancora piegati in avanti con le radici semi scoperte. Il parco fluviale del Padrongianus è adesso un posto desolato e silenzioso, con i sentieri in basolato minacciati dalla vegetazione ingiallita e le altalene del parco giochi immobili da ormai sette mesi. L’oasi verde che per anni ha dato un’alternativa alla città, con le sue escursioni in canoa e in bicicletta e i tanti laboratori per adulti e bambini, è chiusa dallo scorso 18 novembre. L’ondata di piena lo ha travolto e trasformato in un luogo surreale. Ma adesso si prova a recuperarlo. La Provincia, cioè l’ente che lo aveva istituto, sta lavorando per trovare una via d’uscita nonostante incognite e difficoltà. Ma ancora non si sa quando potrà riaprire.
I danni. Il parco del Padrongianus, aperto nel 2009, di 33 ettari, era un fiore all’occhiello dell’educazione all’ambiente e alla sostenibilità. La Provincia e la cooperativa che lo gestiva organizzavano eventi e progetti per grandi e piccoli e davano la possibilità di vivere la natura tra numerosi percorsi naturalistici. Ma dal 18 novembre è tutto fermo. L’alluvione lo ha travolto e causato danni per 500mila euro. «Ricordo che quel lunedì l’acqua continuava a salire. Così, per sicurezza, abbiamo deciso di chiuderlo. Ma poi è arrivata l’ondata. Incredibile» racconta Giuliana Loi, la responsabile della gestione per la Provincia. Il fiume ha come tradito il suo parco, ha spazzato via tutto. Il ponte di legno, che univa le due sponde e quindi le due aree del parco, si è sgretolato nel giro di pochi secondi. I bagni chimici sono stati trascinati via, insieme ai tavoli e alle canoe, alcune di esse ritrovate tra i rami degli alberi. Le panchine di granito sono state smontate dall’acqua e alcuni giochi per bambini sono andati distrutti. Lungo un argine, invece, il fiume ha divorato alcuni sentieri in basolato. E ovviamente il fango, rabbioso, è entrato dentro il centro servizi e abbattuto alberi e recinzioni. L’unica cosa che si è salvata è stato l’impianto fotovoltaico.
Gli interventi. Con una città a pezzi e un ente che naviga a vista, intervenire non è stato semplice. Ma la Provincia ha comunque lavorato per risolvere i problemi più urgenti. Una operazione di circa 70mila euro. «La priorità era la messa in sicurezza. Abbiamo provveduto a ripristinare gli impianti di allarme, di videosorveglianza e quelli elettrici e idraulici – spiega Giuliana Loi -. E abbiamo anche rimosso gli alberi sradicati e risistemato le recinzioni e i percorsi che si snodano all’interno del parco. Inoltre abbiamo eliminato tutte le cose andate distrutte». Realizzati anche altri interventi di manutenzione e riparato pure un veicolo elettrico.
ll futuro. La Provincia spera di riaprirlo questa estate. E nel caso, qualora dovesse riuscirci, sarà aperta soltanto una parte dell’oasi. E questo perché il crollo del ponte di legno ha tagliato in due il parco, che si estendeva lungo due sponde. L’ente di via Nanni è stretto nella morsa del patto di stabilità e il ripristino totale del parco appare al momento impossibile. «Purtroppo i soldi non ci sono e abbiamo altre priorità. Ma appena sarà possibile interverremo» spiega il commissario della Provincia, Giovanni Carta. Poi c’è anche la questione della cooperativa che gestiva il parco, l’Alea. Il contratto è stato sospeso e sarà riattivato al momento della riapertura. Intanto, però, i 4 dipendenti e i 6 collaboratori non stanno più lavorando.
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