Il futuro del Cipnes? Governo d’area vasta
Economisti e amministratori s’interrogano sui destini dell’area industriale. Ma gli imprenditori non partecipano
OLBIA. È cambiato il mondo da quel 20 dicembre 1963. Olbia ha cambiato volto. un volto nuovo Olbia. Quel piccolo agglomerato d’aziende è diventato un consorzio industriale che si estende su poco meno di 800 ettari. Aziende, porto, aeroporto e città c’è continuità contestuale. Il Consorzio industriale provinciale nord est Sardegna (Cipnes) compie cinquant’anni e li celebra ricordando l’atto di nascita ma soprattutto focalizzando l’attenzione sul futuro proprio e della Gallura: quale dovrà essere e quale sarà il ruolo consortile nella programmazione dello sviluppo?
Politica regionale. Se pensa alla prospettiva, l’attuale presidente del Cipnes Settimo Nizzi, non ha dubbi: «I Comuni non hanno denari per gestire aree industriali. Il futuro sta nel migliorare i servizi e nella capacità di stare aperti al mondo». Nello scenario regionale, il consorzio del nord est è un tassello e come tutte le piccole porzioni dell’attività d’impresa sarda soffre la mancanza di un corpo unico. «Per vent’anni – dice l’assessore comunale del Bilancio Ninni Chessa, già presidente del Cipnes – è mancata una politica industriale della Regione». Questa è l’aspettativa del territorio, ma il consorzio deve uscire dalla prigione del mosaico di capannoni per entrare in una dimensione istituzionale nuova, dice il commissario della ex Provincia Giovanni Carta: «Perché le attività e i servizi realizzati hanno ormai una validità di area vasta».
Conflitti e unità. Mettere a fuoco il traguardo è impresa in definitiva semplice, raggiungerlo è altra storia. Il passato non aiuta: le lotte intestine della politica, i conflitti amministrativi, le tensioni sulla titolarità di questa o quell’altra funzione che hanno a lungo incancrenito i rapporti tra amministrazioni locali (in primo luogo Olbia), uffici statali e governo del Cipnes, non hanno prodotto grandi benefici, tantopiù mescolati alle incertezze normative, alle paludi burocratiche. Che l’entusiasmo sia basso lo conferma l’assenza quasi totale degli imprenditori consorziati alla celebrazione(meno di una decina contro le oltre 600 aziende insediate). La rotta del lavoro comune invocata dal vescovo Sebastiano Sanguinetti, è il primo soccorso per uscire dai conflitti eterni: «Non occorre la soppressione delle divergenze ma la convergenza sugli obiettivi», osserva.
L’appello, che richiama anche comportamenti etici e morali coerenti con il bene comune, deve accompagnarsi a interventi diretti sull’area degli insediamenti, iniziando, spiega Matteo Caroli, docente di Economia e gestione delle imprese internazionali all’università Luiss, da quelli indispensabili per «consolidare la capacità di attrarre e radicare le imprese».
La svolta. Fissate le radici, si delinea la svolta, che l’economista Carlo Marcetti, docente all’università di Cagliari e nel Polo universitario di Olbia, spiega così: «Non è più pensabile che ciascuno pensi e decida in ambiti ristretti. Occorre un istituto pubblico che governi l’insieme con una visione generale di città e consorzio. Gli interessi singoli possono anche essere giusti ma sono distorsivi rispetto all’interesse generale». Marcetti taglia corto anche sulla polemica innescata da tempo sull’eventuale estensione dell’area industriale. «Come la mettiamo con i costi, con i servizi da insediare, con il consumo del territorio?». Del resto, lo spazio disponibile basta e avanza: 350 ettari coperti dagli insediamenti, altrettanti disponibili per accogliere nuove iniziative.
Energia e start up. C’è tanto da fare anche sul piano culturale, denuncia Aldo Carta, da vent’anni direttore generale del Cipnes: «Il nostro maggiore deficit strutturale è dato dalla mancata realizzazione della generazione elettrica in autonomia, perdendo così anche le opportunità di agevolazione finanziaria». Anche sulle start up il territorio fatica. Anzi, «è indietro», sentenzia Carta, proprio su quel fronte dell’innovazione «oggi sempre più veloce e indispensabile ma anche capace di suscitare business», rilancia il manager del settore Gianluca Dettori.
Nuovo istituto. C’è una via d’uscita? «I consorzi vanno confermati, anche attraverso il potenzimento delle funzioni collegate all’attività industriale», risponde Benedetto Ballero, docente di Diritto costituzionale e regionale nell’ateneo cagliaritano. Ma si deve uscire dalla matassa delle norme e dai sovrapposti tentativi di riforma non ancora risolti: la revisione del Ppr, la nuova legge urbanistica, l’abolizione delle Province, che, appunto, come nel caso di Olbia, tiene aperti gli interrogativi sui destini del consorzio, che pure nacque come «esperienza d’avanguardia», ricorda Ballero. La legge di riforma del ’98 mantenne in vita otto consorzi per otto province. Ora che accadrà? Non c’è risposta ma affiora condivisa un’esigenza, nota Ballero: «Occorre una forma di governo alta che guidi con coerenza un progetto di politica industriale nuova ed afficace, rispettosa delle istanze territoriali e coerente in Sardegna».
Zona franca. In questo scenario, ricorda il presidente del Consiglio comunale Vanni Sanna, l’istituzione della Zona franca doganale non interclusa (ossia, non recintata), «potrebbe essere una straordinaria possibilità di attrazione per le imprese».
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