La Nuova Sardegna

Olbia

«Il piano portuale riduce gli allevamenti di cozze»

di Giampaolo Meloni
«Il piano portuale riduce gli allevamenti di cozze»

Gli operatori della maricoltura bocciano la relazione di Valutazione strategica Quattordici cartelle di osservazioni: questo strumento deve essere modificato

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OLBIA. Bocciatura a tutto campo. La relazione di Valutazione ambientale strategica (Vas) messa a punto da una équipe di tecnici per supportare il Piano regolatore portuale non piace agli operatori della maricoltura. Il nuovo strumento di programmazione, sostengono, così come concepito deprime irrimediabilmente le capacità di allevamento nel compendio del Golfo, ossia nelle arre portuali di Olbia e Golfo Aranci. Il Consorzio per la valorizzazione della cozza di Olbia presieduto da Raffaele Bigi, la Società consortile Maricoltori di Olbia presieduta da Giovanna Degortes e la Società cooperativa Quattro B. presieduta da Raffaele Bigi, lo hanno detto senza mezzi termini e con obiezioni tecniche precise nelle osservazioni alla Vas inviate all’Autorità portuale e al Servizio regionale Savi (servizio di valutazione ambientale). Quattordici cartelline dense di rilievi, per chiedere infine che «si provveda a prenderne atto, con le dovute modifiche e integrazioni alla procedura di Vas e, di conseguenza, al Piano regolatore del porto di Olbia e Golfo Aranci».

Gli studi della Vas sono radiografati nel dettaglio.

Dati vecchi. Si comincia dai dati utilizzati a supporto delle relazioni, che, evidenziano gli oppositori, sono vecchi e sovradimensionati. Quelli riferiti al traffico marittimo risalgono al periodo tra il 2005 e il 2008 e su questi sono stati «immaginati scenari di crescita fantasiosi e smentiti dalla realtà attuale», sia per il transito dei passeggeri e sia per i veicoli industriali.

Le imprese. Per gli autori delle osservazioni, le incongruità più dolorose riguardano la mitilicoltura. Le imprese censite nello studio a sostegno della Vas che si occupano a vario titolo di mitilicoltura sono 12 per un totale d’area impegnato di 39,12 ettari. La realtà è decisamente diversa, contestano gli operatori: le aziende che si occupano di mitilicoltura sono 20, delle quali 14 sono cooperative a mutualità prevalente, costituite di recente in Consorzio per la gestione unitaria delle aree. «Tutti gli operatori svolgono questa attività in maniera continuata da trent’anni, nella maggior parte dei casi con attività familiari». Non veritieri sono anche gli spazi utilizzati: le superfici occupate dai mitilicoltori, peraltro classificate dalla Regione e dell’Autorità marittima, sarebbero complessivamente di 195,99 ettari.

Attività complesse. La Vas è monca inoltre nell,analisi delle condizioni di criticità del Golfo di Olbia, nel quale c’è la presenza contemporanea di traffico navale, commerciale e industriale, diportistico, crocieristico e di naviglio da pesca, impianti di miticoltura e ittiocoltura: «Tutto all’interno di un contesto ambientale delicato con forte carico antropico e urbanistico», dentro il quale c’è anche la foce del rio Padrongianos. Un contesto di rischio, denunciano gli operatori: «Ulteriori incrementi di traffico potrebbero perciò elevare la probabilità di eventi negativi (collisioni, incagliamenti) peraltro già accaduti con frequenza negli ultimi anni».

Atti nulli. Chiamando a supporto anche una recente sentenza del Consiglio di Stato, i mitilicoltori contestano la mancanza di collegamento tra la Valutazione ambientale strategica e la pianificazione urbanisitica, da cui deriva «che tutti gli atti, pareri, delibere dei consigli comunali di Olbia e Golfo Aranci, essendo stati espressi in assenza di Vas, sono nulli o illegittimi».

Opere eccessive. Forti sono le obiezioni tecniche. In primo luogo l’escavo necessario per l’approfondimento dei fondali e l’allargamento della canaletta (fino a oltre 200 metri) per favorire, secondo le analisi del Prp, la movimentazione delle navi con pescaggi sino ai 13 metri e il transito contemporaneo di due navi in entrata e in uscita: secondo gli operatori sarebbero sufficienti 10 metri. Inoltre, «non c’è alcuna verifica di congruità tra l’approfondimentio dei canali e i gravi pericoli geologici e ambientali» che ne deriverebbero.

Aree ridotte. Ma la questione cruciale è la riduzione degli spazi per la molluschicoltura. Il Piano regolatore portuale propone una riduzione delle aree attualmente utilizzate e classificate dalla Regione, passando dai 159.99 ettari a 87,60, con un taglio di 86.79 ettari. Un calcolo non veritiero, dicono gli operatori, perché vanno considerate le aree di bassi fondali, gli spazi dei corridoi di accesso e le zone interessate dall’incrementi della temperatura dell’acqua: «Con il nuovo Prp rimarrebbero a disposizione solo 53.90 ettari. E le aree sottratte sono le più produttive, essendo prossime alla canaletta, per maggiore presenza di corrente, ossigeno e plancton».

Costi e benefici. Gli operatori non hanno dubbi: «Nella Vas manca totalmente la valutazione costi/benefici richiesta dalla legge». Nelle relazioni sono trascurati elementi rilevanti: «Occorre ricordare – evidenziano gli operatori nelle loro osservazioni – come la componente sociale delle zone interessate sia sempre più debolmente correlata all’economia basata sull’uso delle risorse primarie locali, quali la pesca e la raccolta dei banchi naturali, eppure tali fonti di reddito, seppure marginali rispetto al sostentamento derivante da altri settori, rivestono ancora un ruolo sociale e ambientale». Così, l’interrogativo provicatorio finale è: «A chi conviene?»

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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