Dimenticati dopo il crac Monte Tabor
Otto imprenditori si appellano a Pigliaru e Giovannelli: abbiamo lavorato per costruire l’ospedale, nessuno ci ha pagati
OLBIA. Avevano lavorato per far nascere la struttura generata da Don Verzé, e forse perciò sentivano una vicinanza privilegiata con il paradiso. Ma l’impresa della Fondazione San Raffaele del Monte Tabor è precipitata nel burrone del crac finanziario. Del lavoro eseguito in quell’ultimo anno burrascoso, il 2010, gli imprenditori che fornirono pasti ai lavoratori, mattoni, attrezzi, infissi per costruire l’opera non hanno visto un soldo dei circa tre milioni di cui restano creditori. Così ora hanno avrebbero buone ragioni per sentirsi, come si dice, abbandonati da Dio. Ma non sono blasfemi e guardano alla concretezza, come tutti i buoni imprenditori. Così hanno preso carta e penna e vergato una lettera per chiedere un incontro al presidente della Regione Francesco Pigliaru e avere un riscontro anche dal sindaco Gianni Giovannelli. «Pur in presenza della regolare ammissione dei nostri crediti al passivo del fallimento – spiegano – , abbiamo il fondato timore che, anche a seguito della vendita della struttura alla Qatar Foundation, le nostre ragioni di credito potrebbero non trovare soddisfazione».
Il naufragio della Monte Tabor è sospeso nelle acque del Tribunale fallimentare di Milano e nella trattativa di acquisto dell’immobile olbiese avviata con la Qfe. Il timore, forse anche qualcosa di più, è che nell’operazione gli otto operatori svaniscano. «Della nostra situazione nessuno ha parlato. Siamo rimasti a guardare, pensando che prima o poi qualche rappresentante delle istituzioni, qualche protagonista della trattativa ricordasse e mettesse in evidenza la nostra posizione di operatori che al momento in cui è stato richiesto sono stati presenti e disponibili, poi, scoppiato il bubone, sono stati dimenticati», riassume Mauro Pala, titolare della società che gestisce il Blue marine, impianto per la ristorazione che a cantieri aperti nel San Raffaele forniva cento pasti al giorno alle maestranze. Ma la società locale “Metodo impresa generale costruzioni srl”, che era l’interlocutore delle aziende locali, andò a fondo nello stesso naufragio della Monte Tabor. Così i fornitori locali sono rimasti con un palmo di naso: all’incirca un anno di scoperto per la Eco Olbia srl, la Perdas Sas, la Tecnovetro di Alessandro Altana, la Carpenteria metallica Zippi, la Gerosa infissi di Gian Paolo Gerosa, oltre all’attività di Mauro Pala: «Inutile fare i conti di uno o dell’altro, chi diecimila, chi cinquantamila, chi circa 150mila, come il nostro caso – denunciano Mauro Pala e gli altri imprenditori –. Il punto è che dal fallimento abbiamo subito gravi conseguenze economiche che hanno compromesso il lavoro di una vita». A Pigliaru segnalano «il disappunto che ci ha colto leggendo nei giornali che la compravendita regalerà prestigio, anzi “affidabilità” alla nostra isola, senza che lei abbia mai fatto cenno al sudore da noi speso e non pagato per la realizzazione del San Raffaele di Olbia».
Si sono affidati ai legali, cercano di seguire la procedura del fallimento ma non essendo creditori privilegiati, la loro posizione rimane defilata. «Si fosse trattato di posizioni economiche non rilevanti avremmo anche superato il disagio – osservano gli imprenditori –, ma si tratta di cifre importanti, che tuttavia, nell’insieme dei circa tre milioni, appaiono una goccia nell’oceano delle cifre di cui parla per la vendita della struttura». Dopo avere lavorato senza alcun riconoscimento si sentono ai margini, anzi, e ne attribuiscono il peso a tutti, «siamo stati relegati al ruolo di meri servitori dell’isola».
Ora aspettano da Pigliaru la disponibilità a un incontro, «per chiarire meglio le nostre ragioni». (gpm)
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